Harry S. Truman (1884-1972) era Presidente degli Stati Uniti da meno di due settimane, quando il 25 aprile 1945 il Segretario di Guerra Henry L. Stimson gli consegnò un rapporto completo sull’impresa americana più costosa e segreta della Seconda Guerra Mondiale. Il documento iniziava con parole agghiaccianti: “Entro quattro mesi, con ogni probabilità avremo completato l’arma più terribile mai conosciuta nella storia umana”. Da quel momento e fino a quando non ricevette la notizia del successo del test a metà luglio, Truman e la bomba atomica rimase un connubio indissolubile: il Presidente non pensava ad altro, mentre cercava di far fronte ai molteplici problemi che accompagnarono la fine della più grande guerra mai combattuta dagli uomini.
La percezione di Truman
L’8 maggio, giorno del sessantunesimo compleanno di Truman, la Germania si era arresa incondizionatamente. Ma per decretare la fine ufficiale della Seconda guerra mondiale mancava la vittoria nel Pacifico e gestire i trattati con gli Alleati, soprattutto con l’Unione Sovietica. L’atteggiamento di Truman nei confronti della guerra si nutriva della sua esperienza come artigliere da combattimento durante la Prima guerra mondiale e della sua percezione del fanatismo giapponese.
Molti storici, motivati da una repulsione di tipo pacifista contro gli orrori della guerra nucleare, criticarono Truman e la bomba atomica come intervento non necessario; alcuni affermarono che Truman abbia cinicamente sacrificato le vite dei giapponesi nel tentativo di intimidire l’Unione Sovietica. Tali accuse hanno poco merito. Un esame delle prove disponibili, considerate nel contesto del 1945, rivela un Presidente che nutrì dubbi circa questa operazione e che rimase scosso dalla distruzione operata, ma che pensò di agire giustamente per porre fine a una terribile guerra contro cui si combatteva un nemico implacabile.
I primi mesi del mandato

Harry S. Truman fu eletto Presidente degli Stati Uniti il 12 aprile 1945, succedendo a Franklin Delano Roosevelt. Le questioni diplomatiche derivanti dalla fine della Seconda guerra mondiale sul territorio europeo e dalla creazione delle Nazioni Unite occuparono gran parte dell’attenzione di Truman durante i suoi primi tre mesi in carica, anche se egli continuò a gestire contemporaneamente la guerra sul fronte giapponese.
Il 1° aprile, appena undici giorni prima del suo insediamento, le truppe americane erano sbarcate a Okinawa. Le forze alleate, per lo più americane, ma anche britanniche, godevano di una schiacciante superiorità. Tuttavia, a Okinawa la battaglia durò quasi tre mesi. Più di 100.000 soldati giapponesi difesero strenuamente l’isola, combattendo con tenacia suicida. Ondate di aerei kamikaze attaccarono la flotta americana, provocando perdite maggiori di quelle subite dalla marina giapponese nell’ultimo anno.
Truman e la bomba atomica: la preparazione
Nonostante la sua volontà di assumersi la piena ed esclusiva responsabilità dello sgancio della bomba atomica negli anni successivi, Truman affrontò questa questione con cautela. Nominò un Comitato, guidato da Stimson e composto da James Byrnes (successivamente nominato Segretario di Stato) come suo rappresentante personale. Il Comitato vedeva nella bomba atomica, per quanto terribile, un mezzo per fermare i raid di migliaia di aerei che avevano già devastato numerose città.
Nessuno dei membri del Comitato, né scienziati né politici, comprese appieno gli orribili effetti collaterali radioattivi della guerra nucleare. Il 1° giugno, facendo presenti tutte le incertezze legate all’impiego di un’arma senza precedenti e non ancora testata, il Comitato raccomandò l’uso della bomba contro il Giappone. Nessuno dubitava che Truman avrebbe accettato questo consiglio.
Un’alternativa alla bomba atomica?
Nonostante, il connubio Truman e la bomba atomica, il 18 giugno il Presidente incontrò i suoi massimi ufficiali militari per discutere i possibili scenari per porre fine alla guerra contro il Giappone. I generali proposero l’invasione della regione del Kyushu entro il 1° novembre. L’operazione sarebbe stata enorme, schierando 766.000 soldati d’assalto americani contro 350.000 difensori giapponesi. All’offensiva sarebbe seguita una campagna militare decisiva vicino a Tokyo, sull’isola principale di Honshu.
L’operazione Kyushu, si chiedeva Truman, sarebbe stata “un’altra Okinawa?”. Con discutibile ottimismo, i capi di Stato maggiore prevedevano che le perdite sarebbero state leggermente inferiori. Tuttavia, la loro stima per i primi trenta giorni si rivelò sbagliata, in quanto le vittime ammontavano già a 31.000 unità. Truman diede la sua riluttante approvazione, ma non senza dire che sperava che “ci fosse la possibilità di impedire un’altra Okinawa”.
Operazione Kyushu
In effetti, i pianificatori del Pentagono erano al lavoro su stime che prevedevano 132.000 vittime, tra uccisi, feriti, dispersi, per l’operazione Kyushu, e altre 90.000 circa per la successiva campagna di Honshu. Le cifre non erano ancora state completamente elaborate per la riunione del 18 giugno, ma sarebbero state fornite a Truman a tempo debito e avrebbero costituito le stime in base alle quali egli avrebbe deciso e agito. Negli anni successivi tali cifre furono modificate in eccesso per giustificare l’uso della bomba atomica come necessario.
Durante l’incontro del 18 giugno si prese anche in considerazione l’ipotesi di terminare la guerra senza l’invasione del Kyushu o lo sgancio della bomba atomica. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto, forse, accettare una resa meno che incondizionata da parte del Giappone? Il capo di stato maggiore militare personale del presidente, l’ammiraglio William D. Leahy, fu molto categorico nell’affermare che ciò sarebbe dovuto avvenire. Paralizzato dal fanatismo della resistenza giapponese, timoroso che le perdite americane avrebbero superato le stime del Pentagono, dubbioso che la bomba avrebbe mai funzionato, Leahy dichiarò che il Giappone non avrebbe potuto minacciare gli Stati Uniti nel prossimo futuro. Stimson e l’assistente Segretario di guerra John J. McCloy erano favorevoli a concedere ai giapponesi la garanzia che avrebbero potuto mantenere l’imperatore.
Carta bianca al Congresso

Il presidente americano Truman si mostrò in qualche modo comprensivo, lasciando carta bianca al Congresso per modificare la politica di resa incondizionata, ma ritenne di non poter fare nulla per cambiare l’opinione pubblica. Egli non credeva che, a un Giappone completamente sconfitto, sarebbe stato possibile mantenere l’imperatore, che la resa potesse essere definita “incondizionata” e che il popolo americano avrebbe preferito un compromesso di tal genere rispetto a combattere un altro anno di guerra.
Gli Stati Uniti avrebbero dovuto avvertire i giapponesi di possedere una bomba atomica, magari addirittura organizzare una sorta di dimostrazione? Solo McCloy sostenne di farlo. Gli altri capi militari preferirono avvalersi dell’effetto shock della sorpresa. Il Comitato respinse esplicitamente tali proposte. Ma Byrnes, nominato formalmente Segretario di Stato il 3 luglio, era fortemente a favore sia della resa incondizionata che dell’effetto sorpresa.
Truman e la bomba atomica

Truman fu informato dell’ampio consenso sull’uso della bomba atomica da parte di un direttorio interconnesso e composto dagli uomini che avevano vinto la guerra: il Comitato, i suoi massimi capi militari e i membri più importanti del suo gabinetto. La sua unica inibizione consisteva nel fatto che egli sapeva perfettamente che la bomba atomica non avrebbe colpito solo obiettivi strettamente militari.
Dopo il 18 giugno seguirono quattro settimane intense per il nuovo Presidente americano, alla prese con una vasta gamma di questioni militari e diplomatiche. Tra esse vi erano la conferenza di San Francisco per istituire le Nazioni Unite, i conflitti con l’Unione Sovietica nella Germania occupata e nell’Europa orientale, i tesi rapporti con francesi e britannici, la questione dell’Estremo Oriente del Dopoguerra. Soprattutto, finché la bomba atomica fosse rimasta una prospettiva, piuttosto che una realtà compiuta, Truman avrebbe dovuto mantenere ferma la partecipazione dell’Unione Sovietica alla guerra contro il Giappone.
La Conferenza di Potsdam

Molti di questi problemi emersero durante la Conferenza di Potsdam quando, dal 17 luglio al 2 agosto 1945, Truman incontrò Stalin e Winston Churchill, quest’ultimo sostituito alla fine della conferenza da Clement Attlee. Il Presidente degli Stati Uniti arrivò il 15 luglio, consapevole che in quei giorni avrebbe dovuto affrontare la questione della bomba come una realtà imminente e prendere le decisioni finali necessarie. Nello stesso giorno del suo arrivo, Truman fece un giro tra le macerie di Berlino.
“Che peccato che l’animale umano non riesca a mettere in pratica il suo pensiero morale!” rifletté. Tra le 19.30 e le 20.00, egli incontrò il segretario Stimson, che gli comunicò un messaggio top secret appena ricevuto dal suo più stretto collaboratore, George Harrison. In modo conciso, indicava che il primo test atomico, effettuato nel deserto del New Mexico, era avvenuto con grande successo. La mattina del 18 luglio, Stimson consegnò a Truman un altro messaggio proveniente da Washington D.C.. Harrison rendeva noto che il lampo dell’esplosione era stato visibile per 400 chilometri e che il rumore dell’esplosione si era diffuso per 80 chilometri.
Comunicazioni importanti
Quel giorno, Truman affidò i suoi pensieri alle pagine del duo diario personale.
“Ho discusso il progetto Manhattan (è un successo). Ho deciso di dirlo a Stalin. Stalin aveva riferito al Primo Ministro [Churchill] del telegramma dell’imperatore giapponese che chiedeva la pace. Anche Stalin mi lesse la sua risposta. È stato soddisfacente. Credo che i giapponesi si ritireranno prima che arrivi la Russia. Sono sicuro che lo faranno quando Manhattan apparirà sulla loro terra natale. Ne informerò Stalin al momento opportuno“.
Da queste parole, possiamo intuire che Truman e la bomba atomica erano ormai un dato di fatto, poiché egli presumeva chiaramente che la bomba sarebbe stata utilizzata, che avrebbe costretto il Giappone alla resa e che, dopo tutto, la partecipazione sovietica avrebbe potuto non essere necessaria. Ma come interpretare il telegramma dell’imperatore «che chiede la pace»? I giapponesi erano pronti ad arrendersi? E se sì, perché la guerra continuò un altro mese? Il telegramma dell’imperatore, redatto dal Ministero degli Esteri giapponese, chiedeva a Stalin di ricevere il principe Fumimaro Konoye per una missione non specificata relativa alla fine della guerra.
La guerra continua

La natura della richiesta rifletteva la situazione di stallo a Tokyo. Ma l’esercito giapponese si oppose aspramente alla resa. I funzionari civili che prospettarono tale eventualità rischiarono di essere assassinati. La missione del principe Konoye non si concretizzò mai. L’intelligence americana aveva intercettato e decodificato le trasmissioni diplomatiche tra il ministro degli Esteri giapponese Shigenori Togo e l’ambasciatore Naotake Sato a Mosca, rivelando le speranze irreali nutrite da Tokyo. Truman ne fu informato e probabilmente vide le copie del telegramma di Sato a Togo, datato 12 luglio. Con audace franchezza, Sato dichiarò che il tempo per i negoziati era passato, che il Giappone era in pericolo e che i sovietici non sarebbero stati di alcun aiuto. Egli scrisse: “Ha senso dimostrare che il nostro Paese ha riserve per una guerra di resistenza o sacrificare la vita di centinaia di migliaia di coscritti e di milioni di altri residenti innocenti?”
Implorando a Togo la sua comprensione, Sato concluse: “Nelle relazioni internazionali non c’è pietà e affrontare la realtà è inevitabile“. Togo rispose seccamente e diede ordine a Sato di dare l’impressione che il Giappone fosse pronto ad arrendersi incondizionatamente. Dopo aver letto questo scambio di telegrammi, Truman e coloro che lo circondavano dovettero pensare che il Giappone avesse intenzione di combattere fino alla fine.
I test della bomba atomica e Truman

Il 21 luglio arrivò a Potsdam un rapporto molto più completo sul test effettuato nel deserto del New Mexico, redatto dal generale Leslie Groves. Conteneva dati specifici sull’esplosione: una forza di 15-20.000 tonnellate di TNT, una palla di fuoco della durata di diversi secondi e brillante come diversi soli di mezzogiorno, un fungo atomico che si innalzava fino a 12.000 metri sopra il livello del mare. E poi ancora esplosioni secondarie al suo interno, crateri di 30 metri, l’evaporazione della torre di 40 metri da cui era stata lanciata la bomba, la distruzione di una torre d’acciaio di 20 metri situata a mezzo chilometro di distanza.
Stimson lesse il rapporto a Truman e Byrnes. “Erano immensamente contenti“, scrisse poco dopo: “Il presidente ne fu tremendamente incoraggiato e me ne parlò più e più volte quando lo vidi. Ha detto che questo gli ha dato un sentimento di fiducia del tutto nuovo e mi ha ringraziato per essere venuto alla Conferenza ed essere stato presente per aiutarlo“.
Poiché gli inglesi collaborarono al Progetto Manhattan, Churchill fu pienamente informato di tutto ciò. Il Primo ministro inglese dichiarò che la polvere da sparo era diventata banale e l’elettricità priva di significato di fronte alla bomba atomica. Truman sentì un senso di enorme potere. La sua posizione era cambiata, poiché ora non doveva più supplicare di avere un alleato contro il Giappone. Il 21 luglio, Churchill annottò che il Presidente degli Stati Uniti era decisamente più assertivo e notevolmente più fermo nel respingere le richieste sovietiche. E ora capiva il perché.
Il consenso con l’Inghilterra e i rapporti con l’URSS
Inglesi e americani si trovarono subito d’accordo sul fatto che l’URSS dovesse essere informata di tutto ciò il meno possibile. Il 24 luglio, al termine dei negoziati della giornata, Truman si avvicinò a Stalin e, come raccontò in seguito, “menzionai casualmente… che avevamo una nuova arma di insolita forza distruttiva“. Stalin, impassibile, disse che sperava che gli Stati Uniti ne facessero buon uso, non fece domande e non fece altri commenti.
Naturalmente, grazie alla sua rete di spionaggio a Los Alamos, Stalin era in realtà ben informato sul Progetto Manhattan, anche se, forse, non era ancora venuto a conoscenza del successo del test. Gli americani, molti dei quali sconcertati dalla sua mancanza di interesse, non si resero conto di aver assistito alla prima dimostrazione della strategia sovietica di comportarsi come se l’esistenza della bomba fosse irrilevante. Tale atteggiamento nascondeva il progetto dell’URSS di fabbricare una bomba atomica propria.
Obiettivi e programmi
Come Truman ricordava nel 1952, chiese ancora una volta ai suoi migliori consiglieri quali fossero le probabili vittime nelle previste invasioni di Kyushu e Honshu e ricevette dal generale George Marshall una stima di circa 250.000 americani e almeno un uguale numero di giapponesi. Quando Stimson insistette per eliminare Kyoto dalla lista degli obiettivi, Truman fu d’accordo. I militari vedevano Kyoto come un obiettivo industriale primario, Stimson la vedeva come una città ricca di santuari e centri culturali che non potevano essere distrutti senza alienare la popolazione giapponese. Stimson fu probabilmente anche la figura chiave, se non altro attraverso il suo silenzio, nel portare Truman ad accettare la strategia di sganciare le prime due bombe in rapida successione. L’idea era convincere i giapponesi che gli Stati Uniti avevano grandi scorte.
Quanto all’uso della bomba, non ci fu dissenso tra i principali consiglieri. Il 25 luglio Truman diede il via libera definitivo. Durante i primi dieci giorni di agosto, la bomba sarebbe stata usata contro Hiroshima, Kokura o Nigata in quest’ordine di scelta, a meno che il Giappone non si fosse arreso incondizionatamente. Il 26 luglio gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Cina emanarono un proclama da Potsdam chiedendo la resa incondizionata del Giappone. L’alternativa sarebbe stata “l’inevitabile e completa distruzione delle forze armate giapponesi e la totale devastazione del paese“. Secondo le decisioni già prese a Washington, l’ultimatum non menzionava la bomba atomica. Né affermava specificamente che al Giappone sarebbe stato permesso di mantenere l’imperatore. Prometteva invece di riconoscere “in accordo con la volontà liberamente espressa del popolo giapponese un governo responsabile e incline alla pace“.
Ultimi giorni prima dello sgancio
Il 28 luglio il Giappone respinse il proclama con un’espressione che potrebbe essere tradotta come “trattare con silenzioso disprezzo” o “ignorare del tutto”. Il governo proclamò che il Primo ministro Suzuki avrebbe lottato risolutamente per la conclusione positiva della guerra. Per la maggior parte degli americani, la “resa incondizionata” del Giappone era diventata un obiettivo di guerra primario. Avendola ottenuta dalla Germania, nessun Presidente americano avrebbe potuto negoziare qualcosa di meno con il Giappone. Truman lasciò che le cose andassero avanti, sostenuto dalla convinzione che la guerra sarebbe presto finita senza un’invasione massiccia, ma non del tutto a suo agio con ciò che aveva deciso. Descrisse nel suo diario gli ordini impartiti a Stimson, sapendo in cuor suo che non erano realistici:
“Ho detto alla Sez. della guerra, signor Stimson, di usarla in modo che gli obiettivi militari siano i soldati e i marinai e non le donne e i bambini. Anche se i giapponesi sono selvaggi, spietati e fanatici, noi, come leader mondiali per il benessere comune, non possiamo sganciare questa terribile bomba sul vecchio Campidoglio [Kyoto] o sul nuovo [Tokyo]. Lui e io siamo d’accordo. L’obiettivo sarà puramente militare…“.
Apocalisse ad Hiroshima

Intorno alle 8.10 del 6 agosto, un B-29, l’Enola Gay, pilotato dal colonnello Paul Tibbets, sganciò la bomba atomica sulla città di Hiroshima da un’altitudine di 9.000 metri. L’esplosione avvenne intorno ai 600 metri. Gli osservatori a bordo di un B-29 in coda furono testimoni dell’accecante palla di fuoco, dell’onda d’urto, del fungo atomico che si innalzò nel cielo per chilometri di altezza. La città fu immediatamente in fiamme e quasi nulla rimase in piedi nel raggio di un chilometro e mezzo dal ground zero. Si stima che 75.000 persone perirono subito e nello stesso istante. Altre decine di migliaia morirono a causa degli effetti delle radiazioni. Nessun singolo ordigno nella storia della guerra uccise così tante persone in modo così indiscriminato.

La notizia raggiunse Truman mentre tornava da Potsdam a bordo dell’incrociatore Augusta. Euforico, convinto che la guerra sarebbe presto finita e consapevole delle implicazioni militari e scientifiche senza precedenti, dichiarò: “Questa è la cosa più grande della storia“. Alcuni criticarono l’affermazione definendola insensibile, ma Truman stava celebrando la fine di una guerra e occorre considerare queste parole, contestualizzandole nell’epoca e negli eventi specifici. L’Augusta attraccò a Newport News, in Virginia, il 7 agosto. Il giorno successivo, Truman conferì con Stimson, che gli mostrò le fotografie che descrivevano in dettaglio i danni a Hiroshima. Dopo averli esaminati attentamente, osservò che la distruzione implicava una terribile responsabilità su di lui e sul Dipartimento di Guerra.
Il bombardamento atomico di Nagasaki

Il pomeriggio, Truman annunciò ai giornalisti della Casa Bianca che l’URSS aveva dichiarato guerra al Giappone. Senza alcuna offerta di resa, senza alcuna parola e senza interferire con l’uso della bomba atomica. Il 9 agosto, alle 11:00, una seconda bomba atomica colpì Nagasaki, un obiettivo secondario, selezionato a causa delle cattive condizioni metereologiche su Kokura. La morte e la devastazione furono forse la metà di quelle di Hiroshima, eppure ancora una volta fu l’apocalisse. Le stime sul numero dei morti parlavano di almeno 40.000 persone perite all’istante. Furono in realtà 80.000, incluse le persone esposte alle radiazioni nei mesi successivi.
I giapponesi si sarebbero arresi se avessero avuto più tempo per valutare il disastro di Hiroshima? O al contrario la dichiarazione di guerra sovietica fu più importante delle bombe? Sappiamo che si resero conto che quello di Hiroshima fu un evento di un orrore unico e che gli Stati Uniti avevano annunciato l’uso della bomba atomica. Sappiamo che i funzionari civili volevano arrendersi ma che i capi militari ritenevano la prospettiva insopportabile.
La resa del Giappone

Poco prima della mezzanotte del 9 agosto, il Consiglio supremo di guerra civile e militare si riunì alla presenza dell’imperatore. Dopo che ciascuna delle parti ebbe fatto la propria presentazione, Hirohito dichiarò con emozione e fermezza: “Ingoio le mie stesse lacrime e do la mia approvazione alla proposta di accettare la proclamazione alleata“. Gli Alleati approvarono le condizioni americane, ma il Giappone non si pronunciò su questo. Allora, il 13 agosto, Truman autorizzò un ultimo terribile raid di 1.000 aerei su Tokyo. Nella riunione finale del suo Consiglio di Guerra, Hirohito proclamò l’accettazione dei termini di resa americani. Nel giro di ventiquattr’ore gli irriducibili ufficiali dell’esercito tentarono un colpo di stato che fu a malapena represso. Il 14 agosto, nel tardo pomeriggio, gli Stati Uniti ricevettero l’accettazione da parte del Giappone della resa. Quella sera Truman annunciò che la Seconda guerra mondiale era finita e dichiarò due giorni di vacanza.
Truman e la bomba atomica: quali furono le colpe? Il presidente americano agì con la certezza che più a lungo fosse durata la guerra, maggiori sarebbero state le vittime americane. Alcuni critici hanno suggerito che egli avrebbe dovuto accettare altri 45-50.000 morti americani, piuttosto che uccidere molti più giapponesi con la bomba atomica. Ma nessun presidente degli Stati Uniti, impegnato in una guerra in quello specifico frangente dell’estate del 1945, lo avrebbe fatto. I critici credono anche che il Giappone, prostrato dalle molte sconfitte, di fronte a un blocco navale indistruttibile e scioccato dall’intervento sovietico, si sarebbe comunque arreso presto. Ma resta una brutale certezza. Il Giappone non manifestò la volontà di arrendersi finché non furono sganciate due bombe atomiche.
Libri per approfondire
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