Il castello della Brina, situato nella Val di Magra, rappresenta una delle testimonianze più significative del Medioevo lunense. Costruito in una posizione strategica per il controllo della valle del Magra, il castello ha attraversato secoli di contese tra signorie locali e autorità ecclesiastiche. Dalle sue origini legate ai Liguri Apuani fino ai conflitti tra la diocesi di Luni e i Malaspina, oggi restano solo ruderi.
Origini del castello della Brina
Situato sulle colline tra Falcinello e Ponzano Superiore, il castello medievale della Brina sorgeva in una posizione strategica per il controllo della valle del Magra, nella provincia della Spezia. L’area era abitata fin dal V-IV secolo a.C. dai Liguri Apuani, e solo nella seconda metà dell’XI secolo il castello compare nelle fonti scritte, all’epoca sotto la diocesi di Luni. Queste notizie sono riportate nel Liber Iurium del Codice Pelavicino. Tuttavia, è probabile che i marchesi Obertenghi ne avessero già il controllo nel X secolo.
I primi signori del castello furono i De Burcione, una famiglia lucchese legata alla diocesi di Luni. Quest’ultima, nel tentativo di consolidare il proprio potere, inglobava i castelli della zona per rafforzare il proprio dominio territoriale e acquisire risorse per la costruzione di nuove fortificazioni.
Le prime menzioni nelle fonti scritte

La testimonianza più antica riguardante il castello della Brina è la Cartula Venditionis, un atto notarile del 14 giugno 1078 redatto nel castrum Sarzanae, cioè nella vicina Sarzana. In questo documento, un De Burcione vende al vescovo di Luni tutti i suoi beni, incluso il castrum Brinae, impegnandosi a difendere le terre cedute per conto dell’episcopato.
Nel 1183, l’imperatore Federico I Barbarossa, con un diploma imperiale, assegnò al vescovo di Luni la quarta parte del castello della Brina e confermò i diritti vescovili sul ripatico dei porti di Luni e Ameglia, oltre al diritto di pedaggio sulla via Romea. Il controllo delle vie di comunicazione era un obiettivo primario della diocesi di Luni, che già nel 1160 aveva stretto un accordo con i signori di Burcione e Buggiano per fortificare il poggio di Castiglione presso la Brina. Tuttavia, i lavori previsti per una fortezza e una residenza vescovile rimasero incompleti e il colle compariva solo come podium senza edifici.
Il consolidamento del potere della diocesi di Luni

Nel 1187, i De Burcione donarono al vescovo di Luni un’ulteriore terza parte del castello della Brina. Tuttavia, le fonti non forniscono dettagli sulla struttura del castello o sui suoi rapporti con il territorio circostante. Non ci sono giunti altri documenti così dettagliati sul castello della Brina, almeno fino al XIII secolo.
Nel XIII secolo, il vescovo di Luni estese progressivamente il proprio controllo su parti del castello della Brina, entrando in contrasto con altre famiglie locali, tra cui i da Buggiano, gli Stadano e i Malaspina di Mulazzo. Il vescovo Enrico di Fucecchio (1273-1296), strenuo difensore del potere temporale della Chiesa, condusse indagini per definire diritti e doveri dei possedimenti del vescovado e grazie alla sua opera ci sono giunte testimonianze storiche più precise sul castello della Brina in questa epoca. Sappiamo così che esso era alle dipendenze del gastaldo del castrum Sarzanae e il suo distretto era caratterizzato da una vocazione prettamente agricola. Nel 1279, il vescovo Enrico autorizzò l’occupazione della Brina e il suo distretto per consolidare il dominio episcopale e contrastare i Malaspina, provocando reazioni violente.
I conflitti con i Malaspina e la scomunica

Il 20 febbraio dello stesso anno, gli uomini della Brina giurarono fedeltà alla chiesa lunense e Alberto Rossi del castrum Sarzanae e Bondì di Sarzana furono nominati capitani per la custodia del castello della Brina. Pochi giorni prima il vescovo Enrico aveva ricevuto dai signori Stadano la loro parte del castello. Non si trattò di una donazione spontanea: le milizie vescovili agirono con violenza, causando anche la distruzione di parte della fortificazione. Per i Malaspina questo fu il segnale che diede via al conflitto vero e proprio.
Occuparono la Brina e si impadronirono di altri siti del vescovo di Luni. In risposta, il vescovo Enrico li scomunicò. Nel 1281 si giunse ad un accordo: i Malaspina dovevano rendere ciò che avevano tolto al vescovo in cambio dell’assoluzione. L’accordo cadde però nel vuoto visto che successivamente Enrico si trovò costretto a compilare un memoriale per riaffermare i diritti del vescovato di Luni sulla Brina e su Castiglione. Questo fatto scatenò una nuova guerra. Dopo la morte del vescovo Enrico nel 1296, il vescovato di Luni entrò in una fase di lento declino.
La pace di Castelnuovo
Mentre continuavano le guerre tra il vescovo di Luni e i signori locali, la questione del castello della Brina rimaneva sospesa. Il 6 ottobre 1306 si giunse alla celebre pace di Castelnuovo, con Dante mediatore. Secondo gli accordi, i diritti sul castello della Brina, mantenuti indivisi fino ad allora, sarebbero rimasti invariati fino a una successiva decisione, dopo la quale le parti in causa avrebbero potuto perseguire i propri diritti senza, però, mettere in discussione la pace. Mettere in pericolo la pace significava, infatti, pagare una penale con l’obbligo di impegnare i beni presenti e anche quelli futuri.
In base a tali trattative, il castello della Brina finì nelle mani dei Malaspina di Lusuolo, poi dei marchesi di Podenzana, dai quali nel 1386 fu venduto alla comunità di Falcinello, nella persona di Spinetta di Villafranca, cugino dei Malaspina. Nei documenti della compravendita si legge “castrum seu burgum, territorium et jurisdictione terre de Labrina” e il marchese Franceschino Malaspina si arroga il diritto “di reficere et de novo construere seu construi facere super podio dicte terre de la Brina unam rocham seu cassarum cum turris et aliis forticiliis ibidem necessariis“. Dunque, alla fine del XIV secolo le strutture residenziali e militari della fortificazione erano distrutte o inutilizzabili. La ricostruzione della rocca non avvenne mai.
Il declino e l’abbandono

La documentazione relativa alla Brina si fa più scarsa nei primi decenni del XV secolo. Nel 1429, il castello appariva ancora in mano ai Malaspina, ma pochi anni dopo passò al doge di Genova e signore di Sarzana, Tommaso Campofregoso, che nel 1441 ne cedette la sua parte al comune di Falcinello.
Tra il XVI e il XVII secolo, le rovine del castello e della chiesa di San Biagio, ormai in stato di abbandono, vengono menzionate nei documenti dell’epoca. Il sito fu trasformato in una cava per l’estrazione di materiali da costruzione, e le sue pietre vennero riutilizzate per nuovi edifici nella zona.
Le ultime testimonianze e il ricordo popolare
Oggi, dell’antica fortezza rimangono solo ruderi e pochi elementi architettonici. Tuttavia, alcune tradizioni locali hanno mantenuto vivo il ricordo del sito. Secondo un’antica credenza popolare, la campana e una reliquia di San Biagio si troverebbero nella chiesa di Falcinello, mentre una piccola edicola marmorea con l’effigie del santo è situata alla base della collina della Brina, in località Lago.
Scavi e campagne archeologiche

dei Beni Culturali
Tra il 2000 e il 2013, il castello della Brina è stato oggetto di undici campagne di scavi archeologici che hanno riportato alla luce importanti testimonianze storiche. Queste ricerche hanno rivelato una sequenza di occupazioni che va dal V-IV secolo a.C., con tracce di un insediamento dei Liguri Apuani, fino al XVII secolo.
Le indagini hanno evidenziato la presenza di una torre circolare risalente al X secolo, successivamente sostituita nel XII secolo da una nuova struttura rettangolare e una torre cilindrica. Sono state inoltre identificate diverse fasi di costruzione e ristrutturazione delle mura difensive e degli edifici residenziali. Oggi, i resti visibili del castello permettono di delineare l’antica struttura fortificata e le sue successive trasformazioni architettoniche nel corso dei secoli. Il sito conserva resti di mura perimetrali, fondamenta di edifici e tracce delle antiche fortificazioni e i ruderi della torre circolare crollata.
Caratteristiche architettoniche e ritrovamenti

dei Beni Culturali
Le rovine rivelano la presenza di tratti di mura perimetrali, costruite con pietre locali, che delineavano il perimetro dell’antico insediamento. In particolare, si possono ancora osservare:
- Le fondamenta di edifici residenziali e militari, tra cui resti di case e strutture difensive che testimoniano la funzione strategica del castello.
- Tracce di una torre cilindrica risalente al XII secolo, che si presume facesse parte del sistema difensivo del castello.
- Resti delle mura fortificate, che si estendevano lungo il crinale e proteggevano il complesso da eventuali assalti.
- Segni di una precedente torre circolare, probabilmente costruita nel X secolo, che successivamente venne sostituita da strutture più moderne.
- Strutture di epoca successiva, come edifici adibiti a magazzini o abitazioni, appartenenti alla fase medievale e post-medievale del castello.
- La presenza di una chiesa, dedicata a San Biagio, le cui ultime tracce sono state individuate nei documenti storici e nei ruderi superstiti.
Come arrivare ai ruderi del castello della Brina
I ruderi del Castello della Brina si trovano tra le località di Falcinello e Ponzano Superiore, nella provincia della Spezia. L’area è situata sul versante collinare sinistro della bassa Val di Magra, lungo un crinale secondario, in località Torraccio.
Accesso da Ponzano Superiore: dal borgo di Ponzano Superiore, seguire il sentiero che scende verso Sarzana. Lungo questo percorso, si incontrano i ruderi del Castello della Brina.
Accesso da Falcinello: lungo la strada principale che porta al borgo di Falcinello, è possibile raggiungere i ruderi seguendo il sentiero che parte nei pressi dell’autocarrozzeria presente lungo via Falcinello.
Libri per approfondire
Indagini archeologiche al Castello della Brina
Castello della Brina immagini
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