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Signorie, comuni e re nell’Europa medievale

Signorie, comuni e re nell'Europa medievale
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Signorie, comuni e re nell’Europa medievale furono le tre grandi forze protagoniste che plasmarono la società e la politica dell’epoca. Tra il X e il XV secolo, l’Europa era frammentata in una complessa rete di poteri locali e sovrani: le signorie feudali dominavano le campagne, i comuni cittadini guadagnavano autonomia nelle città, mentre i monarchi cercavano di consolidare il loro controllo su territori spesso vasti e divisi. Questa presenza di poteri differenti generò conflitti, alleanze e trasformazioni che avrebbero gettato le basi per gli Stati moderni.

Evoluzione politica fra l’XI e il XIII secolo

Evoluzione politica fra l'XI e il XIII secolo
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I secoli dall’XI al XIII videro grandi trasformazioni a livello economico e sociale: nel quadro di un generale aumento della popolazione si moltiplicarono i centri abitati rurali e urbani, si svilupparono le città, si estesero le colture, le attività manifatturiere e commerciali, si affermarono nuovi ceti sociali. Tutti questi cambiamenti determinarono profonde trasformazioni nelle forme di organizzazione politica delle società. La novità più rilevante fu l’affermazione delle città che, con il tempo, si diedero nuovi sistemi di autogoverno, via via più autonomi rispetto ai signori da cui dipendevano. Si svilupparono così i liberi comuni in molte parti dell’Europa occidentale.

Nelle campagne, invece, i contadini continuavano a essere soggetti all’autorità dei signori rurali anche se si registrò un generale miglioramento delle condizioni di vita. Si affermò un processo di emancipazione giuridica e sociale con la conseguente riduzione dei poteri dei signori. Caratteristici di questo periodo furono la frammentazione territoriale e il particolarismo politico. Ne risultarono indebolite le grandi monarchie e i principati, anche se essi con il passare del tempo seppero riorganizzarsi in organismi più forti.

La signoria rurale

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Per signoria rurale si intende quel complesso di poteri che i signori locali, proprietari di grandi fondi terrieri, signori di fortezze e castelli esercitava sui villaggi e le popolazioni contadine a completamento o in sostituzione di quelli esercitati dall’autorità pubblica. Questi poteri si erano affermati in Europa già dall’età carolingia, tra il X e l’XI secolo. La duratura assenza o debolezza di organismi politico-territoriali provocò lo sviluppo e il mantenimento di tali poteri.

A essi erano soggetti tutti coloro che abitavano in un dato territorio e ne erano esclusi solo i nobili e i cavalieri. Il signore esercitava poteri di varia natura, alcuni dei quali derivavano dai diritti di proprietà fondiaria sui contadini. Questi ultimi dovevano pagare un canone di affitto per le terre che coltivavano e dovevano prestare lavori nella pars dominica. Inoltre, erano soggetti ai poteri di disciplina e correzione che il grande proprietario esercitava sui suoi contadini, liberi e servi.

Altri poteri del signore rurale

Altri poteri esercitati dal signore rurale derivavano dai diritti di banno che gravavano su tutti coloro che abitavano nel suo territorio, corrispondente alla proprietà del suo castello (castellania), sia che si trattasse di coltivatori delle sue terre, o di piccoli e medi proprietari (alloderi) o dei coltivatori di altri grandi proprietari. Erano poteri di competenza dell’autorità pubblica ma che, in assenza di quella, il signore si arrogava.

E cioè poteri di comando, di reclutamento di soldati, di amministrazione della bassa giustizia (in alcuni casi anche di alta giustizia). Inoltre, il signore imponeva tributi di vario genere e prestazioni d’opera per la difesa. I sudditi dovevano obbligatoriamente utilizzare il mulino, il frantoio, il forno del signore dietro pagamento. Era loro vietato spostarsi fuori della signoria e di abbandonare le terre che lavoravano (servitù della gleba), non potevano disporre liberamente dei loro beni in eredità a meno che non pagassero la tassa detta manomorta.

Città e sviluppo delle autonomie urbane

La grande novità nelle forme di organizzazione politica fu l’emergere di nuove forme di governo nelle città, i comuni. Si trattava di organismi di autogoverno, a cui partecipavano gli stessi abitanti della città e che, in alcuni casi, evolsero in entità politicamente autonome. Fu un fenomeno di grande portata che avvenne in quasi tutti i centri che nacquero e si svilupparono nel corso del X e dell’XI secolo nelle aree di antica e di nuova urbanizzazione.

Le origini dei comuni

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Le trasformazioni avvenute in quei due secoli avevano causato la crescita demografica e l’affermazione di nuovi ceti sociali. Agli antichi proprietari terrieri, che detenevano poteri signorili nelle campagne, si erano aggiunti nuovi proprietari che avevano saputo sfruttare le trasformazioni in atto per fare fortuna. Si erano affermati i ceti degli artigiani e dei piccoli commercianti, soprattutto nei centri di nuova formazione, il cui rapido sviluppo era avvenuto grazie all’espansione delle attività manifatturiere e mercantili. Ne risultò una popolazione urbana non contadina, più ricca di quella delle campagne, i cui gruppi socialmente eminenti si fecero promotori del movimento che diede origine ai comuni.

Ciò significò intraprendere una lotta per l’emancipazione dall’autorità dei signori e dai principi territoriali. Questa nuova società urbana avvertiva tutti i limiti di avere ancora forme giuridiche e politiche che non erano più adatte alle nuove forme di vita e attività economiche. Infatti, esse richiedevano libertà di movimento, di disponibilità e trasferibilità di persone, merci, beni mobili e immobili. Fu così che, a partire dalla seconda metà dell’XI secolo, nacque un movimento volto a ottenere autonomia e concessioni da parte dei signori territoriali e che riguardavano sia la condizione giuridica delle persone sia la condizione fiscale e amministrativa delle città.

Sviluppi del movimento comunale

A richiederli erano gruppi diversi: esponenti dell’aristocrazia militare, vassalli del vescovo, mercanti, notai, giudici. Essi iniziarono a riunirsi in associazioni dette coniurationes che avanzarono la richiesta di una nuova normativa che riconoscesse e tutelasse i diritti della città e una diversa giurisdizione rispetto al resto della signoria. Pian piano in queste associazioni confluirono tutti i cittadini, suscitando scontri e conflitti con i signori che non volevano riconoscere l’esistenza del comune.

A volte i signori percepirono, nell’assecondare la nascita del comune, un’opportunità per far pagare tributi e fare concessioni dietro pagamento. In molti Paesi, il sostegno al comune venne dalla stessa monarchia che era interessata a far crescere il peso economico e politico delle città per contrastare l’autorità di signori e principi territoriali. Questa fu la politica dei re di Francia e di Germania.

Il governo del comune

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Gli esiti del movimento comunale non furono ovunque gli stessi. In generale, furono riconosciuti alcuni diritti, tramite concessione di privilegi, dette carte di libertà o di franchigia. I diversi tipi di riconoscimenti ottenuti possono essere così riassunti:

  • il riconoscimento alla città di una condizione giuridica distinta da quella della campagna, con diritti di giurisdizione, di fisco e di mercato propri dell’area urbana;
  • il riconoscimento di una forma di governo particolare della città, alla quale poterono inizialmente partecipare, accanto ai ministeriali e ai funzionari del signore, anche esponenti della cittadinanza. Si trattò di un governo misto, emanazione dell’autorità signorile;
  • il riconoscimento del pieno diritto di autodecisione e autogoverno del comune come organismo politico vero e proprio all’interno delle signorie territoriali.

In questo ultimo caso, il governo del comune era legittimato come soggetto politico, detentore di autonomia e di poteri di giurisdizione, con una sua legge, magistratura e istituzioni proprie per l’amministrazione della giustizia, del fisco e del governo della città. Questo fu il vero e proprio governo comunale, costituito da magistrati e da consigli di cittadini, espressione di una vasta cittadinanza che eleggeva i propri rappresentanti.

I diversi gradi di autonomia

Le autonomie comunali ebbero un grande sviluppo soprattutto in quelle aree che più avevano conosciuto una maggiore crescita demografica ed economica a livello di città come l’Italia e il sud della Francia. Laddove la crescita delle città era stato un fatto nuovo e prorompente, come nelle Fiandre e nella Germania renana, il movimento urbano ebbe carattere vivace e a volte eversivo. Le istituzioni cittadine si svilupparono approfittando della debolezza dell’Impero e dei principati territoriali. Invece, in Francia il rafforzarsi della monarchia portò a una disciplina più stringente dei comuni, così come nella penisola iberica.

Forti autonomie urbane si affermarono, seppur lentamente, lungo le coste baltiche, dove la federazione delle città della Hansa divenne una grande potenza politica. Le città dell’Europa settentrionale ebbero minore autonomia, così come in Inghilterra dove le città, fin da subito, furono favorite dai sovrani nella loro crescita ma limitate in quanto ad autonomia.

L’espansione cittadina

Una delle caratteristiche dei centri urbani fu l’estensione della loro influenza nel territorio circostante. Furono gli stessi legami con il contado a spingere in questa direzione: molti erano i cittadini che provenivano dalla campagna dove avevano ancora beni e interessi, altri, arricchitisi nel commercio e nell’artigianato, acquistavano le terre e diritti signorili come forma di investimento del loro denaro.

La città aveva bisogno di grano e derrate alimentari, di boschi per il legname, di fiumi per l’energia, di strade dove far transitare i commerci. Quindi, la città si trovarono a contrastare i signori rurali per espandere la loro influenza e reperire le risorse di cui necessitavo. In molti casi, ciò avvenne tramite l’acquisto di villaggi e castelli dai signori, in altri casi tramite l’ottenimento di concessioni sovrane e, in altri casi ancora, tramite la forza e la violenza.

I comuni in Italia

Lo sviluppo dei comuni ebbe caratteristiche particolari nell’Italia settentrionale. La loro evoluzione portò alla costituzione di organismi con ampia autonomia politica che, con il tempo, si trasformarono in Stati cittadini. Ciò fu conseguenza della forza sociale, economica e politica della città e dei cittadini, ma anche della debolezza dei sistemi politici più ampi. Diversa fu la situazione nell’Italia meridionale dove vi era la forte monarchia normanna e deboli città, incapaci di emanciparsi dall’influenza dell’aristocrazia rurale. I centri urbani più grandi apparivano invece proiettati verso il commercio via mare.

La continuità del ruolo della città

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Nell’Italia centro-settentrionale, anche nei periodi di grave decadenza, le città continuarono a essere sedi di autorità ecclesiastiche e civili e, in una certa misura, centri politico-amministrativi e giudiziari. Ciò avvenne grazie all’autorità del vescovo e ai diritti di giurisdizione che la città aveva acquistato nei secoli X e XI secolo sull’area urbana e suburbana. Intorno ai vescovi, si erano sviluppati nuovi ceti sociali che acquisirono influenza esercitando le funzioni di governo assieme ai vescovi stessi.

Si trattava di aristocrazie fondiarie di origine militare, spesso vassalli di vescovi o enti ecclesiastici, che detenevano beni e poteri ereditari nelle campagne. Ma c’erano anche di nuovi possessori di terre, artigiani, notai e gruppi mercantili particolarmente affermati in quelle città dalle forti tradizioni commerciali, come Genova e Pisa. Alla forza di questi ceti corrispondeva la debolezza delle strutture politiche centrali, l’assenza dell’imperatore, la difficoltà dell’alta aristocrazia e della grande feudalità di fronte allo sviluppo urbano. Allo stesso tempo, si venne via via riducendo anche l’autorità episcopale.

Il consolato

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Nella situazione di crisi di ogni altra autorità, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, il movimento comunale si affermò presto con forza. Da un lato perché i rappresentanti già detenevano diritti signorili o funzioni di governo per delega vescovile, dall’altro perché il movimento comunale fu espressione dell’intera cittadinanza e sull’intera cittadinanza esercitò la sua autorità. E’ significativo che accanto al vescovo anche i cittadini fossero destinatari di riconoscimenti e privilegi imperiali in quanto rappresentanti della città.

Il nuovo organismo comunale si identificò con il termine civitas che trovava espressione attraverso l’assemblea degli abitanti organizzati collettivamente. Questo organismo espresse una sua specifica magistratura che aveva autorità di governo su tutta la città: il consolato. Il consolato era una magistratura collegiale, composta da un numero variabile di membri che restava in carico da sei mesi a un anno. E’ in genere alla comparsa del consolato che si data l’origine del comune.

La lotta con l’impero

Il nuovo organismo comunale si affermò con singolare ampiezza di poteri e come struttura autonoma nello scontro con l’impero che iniziò verso la metà del XII secolo. Il riordinamento politico voluto dall’imperatore Federico Barbarossa concesse ai comuni italiani un’autonomia superiore a quella riconosciuta alle città tedesche, ma sempre nell’ambito di una monarchia di tipo feudale. I comuni italiani reagirono a questo disegno, mettendo in luce tutte le loro caratteristiche peculiari come l’esercizio di poteri via via più ampi e l’insofferenza alla tutela regia o signorile.

Pur non disconoscendo apertamente l’impero, i comuni italiani intesero la sua sovranità in maniera più limitata che nel resto di Europa. Essi infatti rifiutarono l’autorità dei delegati imperiali e l’imposizione di tributi. E ancora rivendicavano il diritto a una organizzazione interna libera e il diritto di estensione della propria autorità sulla campagna e sull’aristocrazia militare. Secondo i comuni italiani poco o nulla doveva passare dal controllo dell’impero.

La nuova signoria rurale

nuova signoria rurale
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I contadini erano sempre più insofferenti verso la condizione di dipendenza dai loro signori rurali che imponevano tasse sempre più pesanti. Molti coltivatori tentarono di sottrarsi con la fuga, cercando nuovi signori e terre meno esose. In tutta Europa, si crearono forme di lotta contro le signorie per ottenere una definizione delle condizioni e dei limiti delle prestazioni e dei servizi. Il secondo obiettivo era il contenimento dei poteri dei signori.

Un po’ ovunque tra il XII e il XIII secolo furono aboliti o riscattati dietro pagamento i vincoli e i servizi più limitativi delle libertà personali. Si ridusse il carico fiscale e si posero limiti nell’arbitrio delle esazioni. I contadini ottennero maggiori diritti sui beni di uso comune. Gli agenti dei signori ebbero minore autorità nell’amministrazione locale, di polizia e di bassa giustizia.

La nascita di comuni rurali

Tutte queste funzioni, però, richiedevano una organizzazione autonoma da parte dei contadini, ora resi più consapevoli dei loro diritti. Tutti coloro che risiedevano in una signoria o in una parrocchia si organizzarono nominando consoli o sindaci che operavano a fianco degli agenti dei signori. Nacquero così i comuni rurali che si svilupparono gradualmente verso la fine del XIII secolo e che in alcune aree, come la Svizzera, ottennero piena libertà politica.

La crisi della signoria rurale in Italia

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In Italia, il processo di emancipazione dei contadini fu promosso dalle stesse città. Nella prima fase del governo comunale, le rivendicazioni della supremazia politica del comune cittadino sul territorio non aveva escluso un appoggio al movimento di liberazione dei contadini. Questo anche perché, gran parte del ceto dirigente comunale era ancora composto da proprietari terrieri. La crescita dei comuni e della loro aspirazione a controllare direttamente il contado e il crescente peso di ceti nuovi che non aveva alcun legame con i signori rurali fecero nascere una politica direttamente indirizzata a contrastare l’esercizio dei diritti signorili nelle campagne.

Questi diritti erano ora rivendicati dalle città, soprattutto quelli bannali che comportavano l’esazione fiscale e l’amministrazione della giustizia. Se in questa fase furono riconosciuti almeno i diritti che i signori esercitavano sui loro rustici, in seguito anche questi furono contestati dal comune, che sosteneva la piena libertà degli abitanti della campagna. I comuni italiano attuarono l’affrancazione, cioè la liberazione dei servi della gleba.

La nuova condizione dei contadini

Il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini non deve essere tuttavia sopravvalutato. All’abolizione dei vincoli di dipendenza signorile se ne sostituirono altri per l’influenza conservata dal signore rurale sulle terre. I contadini rimasero pur sempre vassalli e fedeli del signore e dovevano prestagli giuramento di fedeltà. I comuni provarono a spezzare anche questi ultimi legami di natura personale, ma senza successo.

L’acquisizione da parte dei contadini di una condizione di libertà dal punto di vista giuridico non significò automaticamente un miglioramento delle condizioni di vita. Le terre rimasero nelle mani degli antichi signori che continuavano a mantenere il diritto di farsi pagare vari canoni e affitti. Inoltre, in Italia i ceti cittadini più ricchi acquistarono vaste proprietà nelle campagne e imposero contratti agricoli più restrittivi dei precedenti. I contadini iniziarono a sentire il peso dei nuovi prelievi fiscali imposti dai comuni urbani.

I contadi cittadini

La politica comunale nei confronti del territorio causò la creazione di un vasto dominio territoriale dipendente dalla città: il contado, che tendenzialmente coincideva con la diocesi. Per avere un controllo più diretto del contado, le città legarono strettamente a sé i comuni rurali, vincolando i consoli e gli abitanti a riconoscere l’autorità cittadina.

Le città, spesso, promossero la creazione di villaggi e borghi franchi (con alcune immunità fiscali). Si trattava di villaggi già esistenti verso cui si spingevano nuovi abitanti oppure si trattava di nuove fondazioni con la duplice funzione, economica e di difesa. In questo modo, i comuni dell’Italia settentrionale si posero come strutture primarie di organizzazione del territorio e come e veri Stati cittadini.

La signoria rurale in Europa

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Nelle campagne a nord delle Alpi, l’azione delle città e dei ceti urbani fu più limitata. Tuttavia, anche in Francia e in Germania accade che singoli cittadini acquistassero beni fondiari e diritti un tempo posseduti dai signori rurali. Ugualmente i centri urbani cercarono di limitare i poteri signorili che ledevano i loro interessi, creando i loro domini territoriali. Fra il XII e il XIII secolo l’influenza economica e sociale della signoria rurale si indebolì e subì un ridimensionamento anche dal punto di vista politica, poiché furono subordinate ai poteri dei principi e dei sovrani.

I signori rinunciarono all’autonomia, accettando sempre più frequentemente di riconoscersi soggetti ad autorità superiori come vassalli dei principi territoriali o dei re. Accettarono di essere sottoposti nei loro territori a imposizioni fiscali e all’alta giurisdizione degli ufficiali regi, mantenendo solo potere locale e certi tipi di immunità.

Regni e principati

Regni e principati
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Pur nel fortissimo particolarismo esistevano organismi più vasti, cioè i grandi regni che erano derivati dalla dissoluzione dell’impero carolingio. Essi miravano a riproporre le antiche strutture di organizzazione politica. Si trattava del regno di Francia, il regno d’Italia e il regno di Germania. Quest’ultimo aveva restaurato il titolo imperiale e aveva assorbito entro la sua sfera di influenza l’Italia e la Borgogna. Tuttavia, la coesione di questi organismi era debole e racchiudevano al loro interno principati di varie origini (contee, marchesati, ducati), a loro volta frammentati in moltissime signorie. L’autorità regia era debole, priva di risorse importanti e di poteri che le consentissero di intervenire nei diversi territori e di imporre tasse.

I sovrani potevano fare ciò solo nelle terre da loro direttamente governate, dove si concentravano i beni della dinastia regnante. In molte regioni la presenza del re era del tutto irrilevante: gli era riconosciuta alta sovranità a cui, però, non corrispondevano effettivi poteri di governo. Non molto efficaci erano i poteri che all’interno dei principati erano esercitati dai dinasti signori. Essi avevano scarsa autorità sui signori territoriali minori e sui loro vassalli e, anzi, dovevano fronteggiare le rivendicazioni delle città e del ceto dei cavalieri. I principati erano scomparsi dall’Italia settentrionale, soppiantati dai comuni.

Le istituzioni feudali e i re

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Tuttavia, nel XII e XIII secolo, le strutture di governo regie e principesche si rafforzarono per esprimere un’organizzazione sociale più ordinata e funzionale al grande progresso agricolo e mercantile dell’Europa. Ma fra il l’XI e il XII secolo furono soprattutto le istituzioni feudali a porsi efficacemente come strutture di raccordo e coordinamento. Esse, infatti, furono capaci di stabilire rapporti fra i signori, principi e sovrani, coordinandone i diversi poteri in una gerarchia relativamente ordinata. Ciò fu possibile perché il feudo iniziò a rivestire un ruolo non solo economico ma anche di diritto pubblico e tendeva a diventare sempre più chiaramente parte del patrimonio del vassallo, come bene trasmissibile in eredità.

Il contratto feudale si rivelò adatto a regolamentare una situazione di forte frazionamento del potere tramite l’istituzione di rapporti ordinati gerarchicamente. Infatti, il frazionamento era avvertito come un pericolo di isolamento. Ciò causò lo spontaneo moltiplicarsi di vincoli vassallatici fra i possessori fondiari e i signori di banno, fra questi e i grandi signori territoriali.

Le conseguenze dei rapporti vassallatici

Non sempre i raccordi tra le diverse gerarchie si inserivano ordinatamente entro le strutture territoriali delle monarchie e dei principati. Infatti, un grande principe poteva stringere legami feudali con signori che possedevano territori in regni e principati diversi. Legami di questo tipo furono all’origine di grosse concentrazioni di poteri distribuiti in aree assai vaste. Il feudo poteva avere un effetto disgregante rispetto ai processi di costituzione statale.

Tuttavia, più spesso il feudo contribuì a rafforzare gli ordinamenti territoriali che si venivano creando attorno ai sovrani, come strumento giuridico di raccordo e disciplinamento dei diversi poteri che si esercitavano nel regno. Svolse una funzione importante nel processo di consolidamento delle monarchie occidentali. In questo quadro occorrerà anche considerare il ruolo dell’impero e quella della nuova monarchia pontificia, entrambi animate da aspirazioni universalistiche.

Nobili, cavalieri e borghesi

Nobili, cavalieri e borghesi
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Le trasformazioni avvenute a livello sociale fra il XII e il XIII secolo modificarono in parte anche la concezione tripartita della società, organizzata in bellatores (nobili e cavalieri), ecclesiastici e laboratores. Anche se la tripartizione rimaneva, cambiò la concezione del ceto nobiliare e soprattutto si articolò quella di laboratores. Quest’ultimo ceto subì una notevole evoluzione e un’articolazione progressiva all’interno. Nelle campagne ciò avvenne in particolare grazie allo sviluppo di un ceto di contadini relativamente agiati. Essi si erano posti a capo del movimento di emancipazione delle campagne oppure avevano finito per trasferirsi in città.

Vi erano inoltre agenti di signori, anche di condizione servile, ma in grado di scalare la gerarchia sociale, come i “ministeriali”. Ma assai più significativa fu la nascita di un nuovo gruppo sociale nella seconda metà del XII secolo  all’interno dello stesso ceto dei laboratores: quello dei burgenses, cioè gli abitanti della città (borghesi). Tale novità ben rifletteva la profonda linea di demarcazione tra gli abitanti della città e quelli della campagna. Tra gli stessi cittadini si crearono ulteriori articolazioni sociali.

Una nuova nobiltà

In ambito urbano emerse un ceto eminente che aspirava al privilegio della nobiltà: una nobiltà cittadina, definita “patriziato”, di formazione recente e di minor prestigio rispetto alla nobiltà del ceto dei bellatores. I nuovi rapporti tra la signoria rurale e il potere monarchico si riflettevano anche nella nuova condizione della nobiltà. Rimase l’idea che nobile era colui che esercitava diritti signorili su altri uomini e su un territorio.

Tuttavia, il riconoscimento della condizione di nobile dipese sempre di più da un riconoscimento del potere regio, da cui si faceva derivare l’esercizio dei poteri signorili per via feudale. Dalla distinzione dei diversi gradi di nobiltà mutò la coscienza che la nobiltà aveva di sé stessa. Non si trattava più solo della coscienza di una superiorità di rango sociale, ma anche della funzione politica e militare che al nobile era affidata nell’ambito del regno.

Libri per approfondire

L’Italia dei Comuni e delle Signorie

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Mappa concettuale Europa medievale del XII e XIII secolo

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