Home Personaggi Joost Schouten: peccato e sodomia nelle Indie orientali olandesi

Joost Schouten: peccato e sodomia nelle Indie orientali olandesi

Joost Schouten
AI

Joost Schouten (Rotterdam ? – Batavia, 11 luglio 1644 ) si distinse come uno dei servitori più capaci e apprezzati della Compagnia olandese delle Indie Orientali nel XVII secolo. Egli operava con abilità come commerciante, amministratore, diplomatico, scrittore e persino cortigiano, distinguendosi per la sua capacità di destreggiarsi tra i molteplici ruoli richiesti da una delle istituzioni commerciali più redditizie dell’epoca. Nonostante tali successi, il ricordo di Schouten è indissolubilmente legato al suo drammatico declino, segnato da un processo e un’esecuzione per atti di sodomia. 

Indice dei Contenuti

L’oscura caduta e il processo per sodomia

Tale vicenda, avvenuta a Batavia nel 1644, scatenò una reazione a catena che si diffuse rapidamente tra gli altri avamposti olandesi. Evidenziò come, in un contesto in cui il disgusto religioso per tali comportamenti era palpabile, anche l’alta posizione e le influenti connessioni non potessero proteggere chi si discostava dalla norma morale accettata.

La politica sessuale e le strategie di insediamento della Compagnia olandese delle Indie Orientali

Compagnia olandese delle Indie Orientali,
AI

La Compagnia olandese delle Indie Orientali, fondata nel 1602 e divenuta un colosso del commercio internazionale, impiegava nel XVII secolo migliaia di europei in Asia. Nel 1625 i suoi ranghi contavano circa 4.500 dipendenti, cifra che crebbe fino a 11.550 nel 1687. Includeva soldati, marinai di diverse nazionalità e una componente significativa dedicata al governo e al commercio. Tale struttura eterogenea favoriva inevitabilmente la comparsa di problematiche legate al comportamento sessuale dei propri dipendenti, rendendo la disciplina morale una questione centrale.

Inizialmente, la Compagnia olandese delle Indie Orientali aveva incoraggiato l’arrivo di donne olandesi, in particolare a Batavia, al fine di ampliare l’insediamento. Tuttavia, l’esperienza si rivelò problematica. Le prime donne, di condizione bassa e inadatte al clima tropicale, si macchiarono di richieste finanziarie esagerate. Una volta sposate, tendevano al rimpatrio. A partire dal 1630, la politica aziendale cambiò, riservando l’ingresso alle donne di alto rango. Fu incentivato il matrimonio tra dipendenti e donne locali – in molti casi liberate dallo status di schiave – per favorire la crescita della popolazione e la formazione di una cultura “meticcia”.

Le restrizioni sulle donne e le conseguenze sociali

Negli avamposti della Compagnia Olandese delle Indie Orientali che erano puramente commerciali e privi di difese, le donne olandesi non erano quindi ammesse. Questa decisione generò non poco malcontento tra i dipendenti, soprattutto tra coloro che avrebbero voluto portare con sé le proprie mogli o costruire una vita familiare anche nelle colonie.

Inoltre, la presenza di una moglie poteva costituire un vantaggio per la carriera di un uomo, portando talvolta a situazioni in cui individui meno qualificati venivano preferiti per determinate posizioni semplicemente perché sposati. Questo meccanismo penalizzava i candidati più meritevoli, suscitando ulteriore frustrazione tra coloro che non avevano avuto l’opportunità o la volontà di contrarre matrimonio.

Le alternative per i dipendenti non sposati

indie orientali
AI

Per coloro che non volevano o non potevano sposare donne locali, le alternative erano limitate alla convivenza con concubine o al ricorso alla prostituzione. L’astinenza era un’opzione che pochi riuscivano a seguire, anche perché il tasso di mortalità tra i dipendenti della Compagnia era estremamente alto, incentivando un atteggiamento improntato al “godersi la vita finché si poteva”.

Gli alti funzionari della Compagnia partecipavano a questo stile di vita con maggiore libertà e agiatezza. Invece, soldati e marinai, con risorse economiche più limitate, potevano permettersi tali incontri solo sporadicamente. Questo sistema portava a una società disordinata, in cui molte relazioni erano violente e temporanee, con la conseguenza della nascita e spesso dell’abbandono di numerosi bambini meticci.

Il controllo della Compagnia Olandese delle Indie Orientali sul comportamento sessuale

colonialismo
AI

Inizialmente, il consiglio di amministrazione della Compagnia Olandese delle Indie Orientali ad Amsterdam cercò di reprimere questo comportamento considerato dissoluto, ma con scarso successo. Le direttive miravano a vietare la promiscuità e a imporre una condotta più disciplinata tra i dipendenti. Tuttavia, l’applicazione di tali norme risultava impraticabile.

Con il tempo, i dirigenti della Compagnia riconobbero i vantaggi pratici di avere una forza lavoro prevalentemente composta da uomini single. Questi ultimi potevano essere alloggiati in strutture semplici, avevano spese generali più contenute. E potevano essere facilmente trasferiti tra i vari avamposti senza dover considerare le esigenze di una famiglia.

La tolleranza strategica verso la dissolutezza

Sebbene i dirigenti della Compagnia Olandese delle Indie Orientali non smisero mai di preoccuparsi degli effetti negativi di una vita sregolata, tra cui la dissolutezza e l’ubriachezza, alla fine accettarono che la relazione tra i loro dipendenti e le cosiddette “donne dissolute” fosse un male necessario.

Per mantenere l’ordine, furono adottate misure di controllo, come l’introduzione di pene per l’eccessivo abuso di alcol e la limitazione dell’accesso a prostitute nelle aree controllate dalla Compagnia. Tuttavia, questi provvedimenti non riuscirono mai a eliminare completamente la pratica, che continuò a essere una parte inevitabile della vita nelle colonie.

L’attrazione degli omosessuali per la Compagnia Olandese delle Indie Orientali

omosessualità nelle colonie
AI

In Europa, l’omosessualità era duramente perseguita nel XVII secolo, con pene severe che variavano dalla decapitazione al rogo all’impiccagione o allo strangolamento. La sodomia era considerata un crimine capitale poiché ritenuta contraria alla natura e al piano divino. L’idea dominante era che tali atti attirassero la collera di Dio, con conseguenze catastrofiche per l’intera società. Questa visione non era esclusiva del calvinismo o del mondo protestante, ma era condivisa anche dai regni cattolici e dalle nazioni della Controriforma.

La percezione più tollerante dell’omosessualità nelle società asiatiche

Nonostante la rigidità della società olandese, i marinai e i viaggiatori riportavano spesso racconti di una maggiore tolleranza dell’omosessualità nelle culture asiatiche. Per alcuni, questa differenza rappresentava un motivo di attrazione verso il servizio nella Compagnia Olandese delle Indie Orientali, dove speravano di trovare maggiore libertà rispetto alla persecuzione che subivano in patria.

Inoltre, la vita nei territori della Compagnia comportava lunghi periodi di isolamento in ambienti esclusivamente maschili, come le navi durante le traversate oceaniche, le caserme e le fabbriche, facilitando l’emergere di quella che oggi viene definita “omosessualità situazionale“. In questi contesti, la mancanza di alternative eterosessuali portava alla formazione di relazioni tra uomini, fenomeno che la Compagnia cercò di reprimere con misure draconiane, ma che di fatto continuò a esistere nelle colonie.

Un ambiente più permissivo e nuove opportunità

omosessualità Compagnia Olandese delle Indie Orientali
AI

Una volta giunti nelle Indie Orientali, gli omosessuali potevano sentirsi incoraggiati a esprimere più apertamente le proprie inclinazioni sessuali. La morale più lassista di molti dipendenti della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, caratterizzata da relazioni informali, convivenze e prostituzione diffusa, creava un ambiente in cui il controllo sociale e religioso risultava meno rigido rispetto ai Paesi Bassi. Anche coloro che, in patria, avevano represso i propri desideri potevano essere spinti a esplorarli in questo nuovo contesto.

I partner degli omosessuali nella Compagnia Olandese delle Indie Orientali erano spesso altri dipendenti, con i quali condividevano le difficoltà e le privazioni della vita coloniale. Tuttavia, vi erano anche relazioni con membri delle popolazioni indigene, specialmente in situazioni in cui il potere coloniale creava rapporti di natura gerarchica. La differenza di status sociale e la dipendenza economica rendevano questi legami potenzialmente sbilanciati e soggetti ad abusi. Nonostante il clima relativamente più tollerante, la politica ufficiale della Compagnia sulla sodomia rimaneva severissima, esattamente come nei Paesi Bassi, rendendo la discrezione una necessità assoluta.

Il caso esemplare di Joost Schouten

caso di Joost Schouten
AI

Joost Schouten nacque a Rotterdam nei primi anni del XVII secolo e si unì alla Compagnia Olandese delle Indie Orientali da giovane. Arrivò nelle Indie Orientali nel 1622 distinguendosi rapidamente per la sua ambizione e intelligenza. Nel 1624 ottenne il ruolo di assistente presso la fabbrica olandese di Ayutthaya, capitale del Regno di Siam. La sua carriera progredì velocemente: nel 1628 fu promosso a sottomercante e gli fu affidato il prestigioso incarico di consegnare un dono del principe d’Orange, Frederik Hendrik, al re siamese Prasat Thong, in una cerimonia sfarzosa alla corte reale.

Nel 1629 lasciò il Siam per assumere il ruolo di segretario dell’inviato Willem Janssen in una missione diplomatica in Giappone. Il suo rapporto dettagliato sulla delicata situazione politica nipponica fu consegnato a Batavia, aumentando notevolmente la sua reputazione all’interno della Compagnia. Grazie alle sue doti organizzative e diplomatiche, si guadagnò la fiducia della leadership della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, che gli affidò incarichi sempre più rilevanti nei commerci con l’Asia.

La direzione della fabbrica di Ayutthaya e l’espansione commerciale

fabbrica di Ayutthaya e l’espansione commerciale
AI

Nel 1633 Joost Schouten tornò in Siam con la prestigiosa nomina a direttore della fabbrica olandese di Ayutthaya. In cambio della promessa di aiutare il re Prasat Thong nella sua disputa contro il ribelle stato di Pattani, ottenne il permesso di trasferire la sede della Compagnia Olandese delle Indie Orientali da un angusto edificio di legno all’interno delle mura cittadine a un nuovo e più spazioso complesso in mattoni.

Questo nuovo stabilimento, situato sulla sponda orientale del fiume Chao Phraya, a sud delle mura della città, fu completato nel 1634. La costruzione di una struttura permanente su un terreno di proprietà segnava un passo fondamentale nella consolidamento della presenza commerciale olandese nella regione.

Le tensioni con il re siamese e i successi commerciali

Nonostante gli sforzi di Joost Schouten, le navi della Compagnia Olandese delle Indie Orientali inviate a Pattani giunsero troppo tardi per offrire il supporto promesso, suscitando l’ira del re. Tuttavia, grazie alla sua abilità diplomatica, riuscì a placare le tensioni e a negoziare ulteriori concessioni commerciali per la Compagnia.

Durante la sua amministrazione, la prosperità della fabbrica olandese di Ayutthaya aumentò notevolmente, consolidando il ruolo della Compagnia Olandese delle Indie Orientali nel commercio della regione e rafforzando la sua influenza sulle dinamiche politiche del Siam.

La “Descrizione del Siam” e la visione europea del XVII secolo di Joost Schouten

Descrizione del Siam
AI

Nel 1636, su richiesta del governatore generale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, Joost Schouten scrisse la sua Descrizione del Siam, il primo resoconto dettagliato del paese a essere ampiamente letto da un pubblico europeo. Il testo trattava vari aspetti della vita nel regno, tra cui la geografia, la politica, la religione e le usanze locali. Nonostante fosse ricca di informazioni e fornisse una panoramica preziosa per i mercanti e i diplomatici olandesi, l’opera risentiva della tipica mentalità eurocentrica dell’epoca, interpretando le istituzioni e le tradizioni siamesi attraverso il filtro della cultura di appartenenza di Joost Schouten.

Uno dei limiti principali dell’opera di Schouten era la sua incapacità di comprendere il buddismo, che liquidò come una forma di idolatria pagana, un giudizio comune tra gli europei del XVII secolo. Anche le sue osservazioni sul popolo siamese riflettevano stereotipi radicati, descrivendo gli asiatici come codardi, superstiziosi, ingannevoli e pigri, in linea con la percezione coloniale diffusa all’epoca. Tuttavia, nella parte finale della sua relazione, Joost Schouten adottò un tono più pragmatico, sottolineando l’importanza di mantenere rapporti diplomatici stabili con il re del Siam, ritenendoli essenziali per gli interessi commerciali olandesi nella regione.

Il ritorno in patria e l’ascesa nel governo coloniale

Dopo aver lasciato il Siam nel 1636, Joost Schouten fece ritorno nei Paesi Bassi, accolto con grande onore e prestigio per il suo contributo al commercio e alla diplomazia della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. La sua esperienza e il suo successo nelle trattative con i sovrani asiatici lo resero una figura di spicco all’interno della Compagnia, garantendogli un ruolo di primo piano nelle decisioni strategiche dell’organizzazione. Tuttavia, la sua permanenza in patria fu breve: nel 1640 era già tornato a Batavia, dove ottenne un incarico ancora più prestigioso.

Grazie alla sua competenza e alla reputazione acquisita negli anni, Joost Schouten fu nominato membro del Consiglio delle Indie, il più alto organo amministrativo della Compagnia Olandese delle Indie Orientali nelle colonie. Solo i funzionari più capaci potevano accedere a questa posizione, che gli conferiva un ruolo chiave nel governo della Compagnia. Durante questo periodo, assistette alla trasformazione di Batavia da un avamposto coloniale caotico a una città più strutturata e civilizzata, con nuovi edifici municipali e una chiesa riformata. Inoltre, nel 1641 intraprese una missione di ispezione a Malacca, recentemente conquistata, e negoziò un proficuo accordo commerciale alla corte della regina di Aceh.

I successi come esploratore e giudice

Schouten
AI

Tornato a Batavia, Joost Schouten si dedicò a nuove iniziative, tra cui l’organizzazione della celebre spedizione di Abel Tasman nei mari del Sud. In riconoscimento del suo contributo, gli fu intitolata l’isola di Schouten, situata al largo della costa orientale della Terra di Van Diemen, scoperta nel dicembre 1642.

Parallelamente, Schouten prestò servizio nei tribunali come giudice, dimostrandosi un uomo di grande pragmatismo. Pur partecipando alle decisioni più importanti, evitava di impantanarsi nelle dispute minori, delegando le questioni meno rilevanti ad altri membri della corte. Il suo distacco strategico si estendeva anche ai concili ecclesiastici, dove si occupava solo degli aspetti di maggiore impatto, lasciando ad altri le controversie di minore entità. Questa capacità di selezionare le battaglie da combattere consolidò ulteriormente la sua reputazione di leader efficiente e lungimirante.

L’apice del potere e il crollo improvviso

Verso la metà del 1644, Joost Schouten era diventato uno degli uomini più ricchi e potenti di Batavia. La sua carriera lo aveva portato a un livello di prestigio che pochi altri avevano raggiunto, facendolo emergere come una delle figure di spicco della società coloniale olandese. Con una rete di contatti influenti e una solida esperienza nella gestione delle colonie, sembrava destinato a ottenere incarichi ancora più elevati. La possibilità di essere nominato prossimo governatore generale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali era concreta, e probabilmente Schouten stesso era consapevole di trovarsi a un passo dalla massima carica.

Tuttavia, il suo mondo stava per sgretolarsi in modo inaspettato. Nonostante la sua posizione dominante, la rigidità morale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali e il controllo esercitato sulla condotta dei suoi funzionari lo avrebbero presto travolto. Le stesse dinamiche di potere che gli avevano permesso di emergere si sarebbero rivelate fatali nel momento in cui si trovò coinvolto in uno scandalo che la Compagnia non potè ignorare. Quello che sembrava un futuro luminoso e garantito si trasformò, nel giro di pochi mesi, in una rovina irreversibile.

Un processo scioccante e la sentenza senza appello

sodomia Schouten
AI

Sabato 9 luglio, la popolazione di Batavia fu sconvolta dalla notizia che Joost Schouten era stato riconosciuto colpevole di sodomia e condannato a morte. Il verdetto era stato emesso da un tribunale speciale composto da cinque giudici, riunitosi all’interno del Castello di Batavia, la massiccia fortezza che dominava la città alla foce del fiume Ciliwung.

La sentenza, diffusa pubblicamente, rivelava che Schouten aveva confessato volontariamente, senza che fosse necessario ricorrere alla tortura o alla minaccia di essa, un fatto raro nei processi per sodomia dell’epoca.

L’accusa e il peso della confessione

Joost Schouten aveva ammesso di essersi lasciato “usare come donna” almeno due o tre volte da Jan Joosten, un nostromo di alto rango originario di Amsterdam, mentre si trovava a bordo della nave Franeker durante un viaggio tra Aceh e Malacca nel 1641. Joosten era già deceduto, ma l’ex funzionario della Compagnia Olandese delle Indie Orientali aveva anche rivelato di aver commesso atti simili con diversi altri uomini, l’ultimo dei quali, un alabardiere, lo aveva denunciato.

La corte enfatizzò l’orrore di questi crimini, ricordando che la sodomia era ritenuta un peccato così abominevole da aver causato, secondo la dottrina cristiana, la distruzione di intere città per volere divino. La pena stabilita rifletteva questa severità: Joost Schouten doveva essere strangolato sul rogo, il suo corpo bruciato e i suoi beni confiscati dallo Stato.

L’intervento del governatore generale Antonio van Diemen

Lo stesso giorno della sentenza, il governatore generale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, Antonio van Diemen, confermò il verdetto senza esitazioni. Tuttavia, poiché il giorno successivo era domenica, l’esecuzione fu programmata per lunedì 11 luglio. La rapidità con cui fu organizzata l’esecuzione rifletteva la volontà della Compagnia di dare un segnale chiaro: nessuno, nemmeno un membro influente e rispettato del Consiglio delle Indie, poteva sfuggire alla legge morale imposta dalla Compagnia stessa.

Quando Joost Schouten fu informato della decisione definitiva, chiese di comparire nuovamente davanti ai giudici per confessare ulteriori crimini e “mettere la sua coscienza a posto”. Dichiarò di aver avuto rapporti con più uomini nel corso degli anni a Batavia, in Siam e in altri avamposti della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, nominando un totale di 19 individui. La maggior parte di questi erano già morti o avevano lasciato le Indie Orientali, ma due di loro, Jan van Cleef, un soldato del corpo di guardia, e Pieter Egbertsz van der Kruyfe, un cittadino di Batavia, furono arrestati. Schouten affermò di aver avuto rapporti passivi con entrambi, tentando senza successo di assumere il ruolo attivo.

Il rifiuto della grazia e l’esecuzione

In base alla confessione aggiuntiva, la corte prese in considerazione l’idea di aggravare la pena, presumibilmente condannando Schouten a essere bruciato vivo senza previo strangolamento. Tuttavia, il governatore generale, pur ritenendo la richiesta fondata, fu sottoposto a pressioni da parte di parenti e amici influenti di Schouten, che supplicarono per una forma di clemenza. Van Diemen decise di non modificare la condanna originaria, ritenendo che la sua “nobile natura” non dovesse concedere ulteriori attenuazioni della pena.

Lunedì 11 luglio 1644, la sentenza fu eseguita come previsto. Joost Schouten fu strangolato sul rogo, il suo corpo fu arso e ridotto in cenere, e tutti i suoi beni vennero confiscati dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Con la sua morte, la Compagnia volle dare un esempio spietato a tutti coloro che avrebbero potuto trasgredire le rigide norme morali imposte dal governo coloniale. Il suo nome, un tempo sinonimo di prestigio e successo, divenne simbolo di disonore e infamia agli occhi della Compagnia Olandese delle Indie Orientali e della società batava.

Il rigetto di ogni attenuante e la paura della punizione divina

La ripugnanza che i giudici provarono nei confronti dei crimini di Joost Schouten fu tale da cancellare qualsiasi considerazione sulle sue benemerenze passate. La sua lunga carriera al servizio della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, i suoi successi diplomatici e il suo contributo alla crescita economica delle colonie non ebbero alcun peso nella decisione finale. La percezione del suo ruolo sessuale passivo aggravò ulteriormente il giudizio nei suoi confronti, poiché nell’Europa del XVII secolo tale posizione era considerata particolarmente umiliante e contraria all’ordine sociale e naturale.

Il cosiddetto “indulto” concesso a Joost Schouten si limitò a garantirgli una pena standard per i crimini capitali confessati spontaneamente. Nonostante avesse ammesso i suoi atti senza necessità di coercizione, la corte non considerò minimamente la possibilità di mitigare la sentenza. La decisione era influenzata non solo dalla rigidità delle leggi della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, ma anche dal timore che una punizione troppo lieve potesse attirare la vendetta divina su Batavia. Questo atteggiamento rispecchiava il clima morale e religioso dell’epoca, in cui la sodomia era vista come un peccato tanto abominevole da meritare non solo la condanna umana, ma anche la punizione celeste.

Il racconto di Jean-Baptiste Tavernier e la sua rilevanza storica

Per comprendere meglio gli eventi legati al processo e all’esecuzione di Joost Schouten, una fonte particolarmente interessante è il resoconto di Jean-Baptiste Tavernier, un commerciante di gemme francese e viaggiatore instancabile. Tuttavia, sorprendentemente, il suo resoconto su Schouten è stato raramente preso in considerazione, nonostante fornisca dettagli che il verdetto ufficiale omette.

Tavernier arrivò a Batavia nel 1648 e vi soggiornò per diversi mesi, alternando la sua permanenza con viaggi secondari. Il suo status di mercante di alto livello gli permise di entrare in contatto con le élite della colonia, tra cui Cornelis van der Lijn, il successore di Antonio van Diemen come governatore generale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Van der Lijn, che era stato uno dei cinque giudici nel processo di Schouten, invitò Tavernier a cena almeno in due occasioni, aumentando la probabilità che il francese avesse avuto accesso a informazioni di prima mano sullo scandalo.

Le circostanze dell’arresto e le incongruenze della sentenza

La sentenza del tribunale fornisce poche informazioni sulle circostanze dell’arresto di Joost Schouten, limitandosi a indicare che fu denunciato da un alabardiere. Questo dettaglio suggerisce che l’alabardiere fosse l’ultimo partner sessuale dell’imputato, ma tale interpretazione appare improbabile. Considerando la severità delle leggi contro la sodomia, è difficile credere che un uomo coinvolto negli stessi atti avrebbe rischiato di autoaccusarsi con una simile denuncia. L’assenza di ulteriori spiegazioni nel testo della sentenza lascia aperti numerosi interrogativi su come e perché l’indagine su Schouten abbia avuto inizio.

Una spiegazione alternativa è che l’alabardiere avesse scoperto o sospettato il coinvolgimento di Schouten in atti ritenuti illeciti e avesse deciso di denunciarlo per ottenere vantaggi personali. O per conformarsi al rigido codice morale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Un’altra ipotesi plausibile è che Schouten fosse già oggetto di sospetti da parte delle autorità e che la testimonianza dell’alabardiere sia stata solo l’elemento finale che portò al suo arresto. Indipendentemente dalle reali dinamiche, il fatto che la sentenza non approfondisse questo aspetto suggerisce che la corte fosse più interessata a infliggere una punizione esemplare che a ricostruire con precisione la catena degli eventi.

Il racconto di Tavernier e la ricostruzione dell’arresto

Il resoconto fornito da Jean-Baptiste Tavernier offre una prospettiva più approfondita e drammatica sulle circostanze dell’arresto di Joost Schouten. Tavernier premette alle sue osservazioni un avvertimento sulla delicatezza dell’argomento. Affermò che si tratta di “una questione che sarà tanto doloroso per me mettere su carta quanto lo sarà, senza dubbio, per il lettore leggere”. Questo preambolo suggerisce che l’autore considerasse l’episodio particolarmente grave, sia per il suo contenuto morale sia per le conseguenze che ne derivarono.

Nel suo resoconto, Tavernier presenta Joost Schouten, che chiama “Chot” (probabilmente per una deformazione del nome), come un uomo che sfruttava la sua ricchezza e influenza per sedurre giovani uomini che poi corrompeva con denaro e favori. Dopo averli “apprezzati” per un certo periodo, li trasferiva in altre stazioni commerciali della Compagnia, apparentemente per evitare sospetti o complicazioni. Sebbene il racconto di Tavernier possa essere influenzato da un certo moralismo, il livello di dettaglio e la vividezza della narrazione suggeriscono almeno una base di verità nella descrizione degli eventi.

L’episodio del giovane francese e la denuncia

L’episodio che portò direttamente alla rovina di Schouten riguardava un giovane francese originario della Champagne, che era arrivato a Batavia con il grado di caporale. Il giovane attirò l’attenzione di Schouten per la sua bellezza e il suo portamento elegante, al punto che l’alto funzionario della Compagnia lo fece rapidamente promuovere. Gli assegnò un ruolo di prestigio all’interno della guardia personale del governatore generale. Questa nomina insolita suscitò sorpresa nel giovane stesso.

Dopo aver ottenuto la sua fiducia con doni e favori, Schouten rivelò al giovane le sue intenzioni, cercando di persuaderlo ad accettare le sue avances. Il francese reagì con indignazione e minacciò di denunciarlo al governatore generale se l’argomento fosse stato ripreso. Tuttavia, Schouten non si arrese facilmente e tentò nuovamente di corromperlo, offrendogli una somma considerevole di ducati d’oro. Questo secondo tentativo convinse definitivamente il giovane a riferire la questione alle autorità.

L’inganno per ottenere prove concrete

Il giovane si recò nell’ufficio del governatore generale dopo cena e gli riferì dettagliatamente quanto era accaduto. Tuttavia, la sola testimonianza non era sufficiente per condannare Joost Schouten. Un’accusa infondata avrebbe potuto ritorcersi contro il denunciante, portandolo persino a un processo per diffamazione. Per evitare questo rischio, il governatore generale elaborò un piano per ottenere prove concrete del comportamento di Schouten. Ordinò al giovane di fissare un incontro con lui, mentre, nel frattempo, organizzava una cena a cui invitò Schouten e altri consiglieri di alto rango.

Durante la cena, il consigliere Paulus Crocq, che in seguito sarebbe stato uno dei giudici del processo, e un sergente maggiore si recarono di nascosto a casa di Schouten, accompagnati da un fabbro. Quest’ultimo riuscì a forzare silenziosamente la porta della camera da letto, permettendo ai due uomini di entrare e nascondersi dietro la tappezzeria. Nel frattempo, Schouten continuava a cenare con il governatore generale e gli altri funzionari, ignaro di ciò che lo aspettava.

L’arresto e la fine della sua carriera

sodomia Schouten
AI

Terminata la cena, Schouten si ritirò nella sua camera, portando con sé il giovane alabardiere, convinto di trovarsi in un ambiente sicuro e privato. Ancora una volta, tentò di persuaderlo, usando la stessa strategia: aprì una cassa e ne estrasse pregiati broccati cinesi, offrendoglieli come ulteriore incentivo. Quando il giovane si rifiutò, Schouten cercò di vincere la sua resistenza spingendolo delicatamente verso il letto e cercando di accarezzarlo.

L’irruzione e le ultime parole di Schouten

caso Schouten omosessualità
AI

Fu in quel momento che i due uomini nascosti dietro il letto uscirono allo scoperto. Il sergente maggiore afferrò immediatamente Joost Schouten per il bavero, bloccandolo prima che potesse reagire. L’ex alto funzionario della Compagnia, colto completamente di sorpresa, capì immediatamente la gravità della situazione. Le sue ultime parole, riportate da Tavernier, furono semplici e disperate: “Signori, abbiate pietà di me. Sono un uomo morto.” Poco dopo, fu condotto in prigione, senza alcuna possibilità di salvezza.

L’accuratezza del racconto di Tavernier può essere oggetto di discussione, ma il livello di dettaglio suggerisce che egli abbia ottenuto queste informazioni da fonti vicine al caso. Se Schouten fosse caduto vittima di un complotto o se le accuse fossero del tutto fondate rimane una questione aperta. Ma una cosa è certa: la rapidità con cui la giustizia della Compagnia olandese delle Indie Orientali si abbatté su di lui dimostrò quanto poco contassero il prestigio e la carriera quando si infrangevano le rigide norme morali dell’epoca.

La confessione e la rassegnazione di Schouten

Uno degli elementi che più ha sorpreso gli storici è la rapidità con cui Joost Schouten confessò i suoi crimini. Se fosse stato colto in flagrante, come suggerisce Tavernier, avrebbe potuto ritenere inutile negare l’accusa, soprattutto considerando che la tortura era una prassi comune nei processi per sodomia. Sapendo che i metodi dell’inquisitore sarebbero stati spietati, è plausibile che abbia scelto di dichiararsi colpevole per evitare sofferenze fisiche inutili.

Se la sua prima confessione fu dettata dalla rassegnazione. La seconda, avvenuta dopo la conferma della condanna a morte, sembra motivata da un desiderio di liberarsi dal peso delle proprie azioni. Tuttavia, parallelamente alla sua condanna, si stava svolgendo un tentativo disperato per salvarlo. Amici e parenti influenti avevano organizzato un piano per farlo fuggire prima dell’esecuzione.

La festa-trappola e la fuga sventata

processo Schouten sodomia
AI

Secondo Tavernier, i sostenitori di Schouten avevano approfittato della domenica successiva al verdetto per mettere in atto il piano. Un amico di famiglia organizzò una sontuosa festa per il governatore generale, l’intero Consiglio e le loro consorti, un evento per distrarre le autorità. Inoltre, con due compagnie di fanteria e una di cavalleria impegnate ad accompagnare il governatore le guardie della prigione sarebbero state meno vigili. Approfittando di questo momento di confusione, i cospiratori riuscirono a liberare Joost Schouten e a nasconderlo. L’intenzione era quella di farlo fuggire via mare verso Japara o Bantam, dove avrebbe potuto trovare rifugio.

Il piano, tuttavia, fallì prima che Schouten potesse lasciare la città. Le guardie si accorsero della sua assenza e informarono immediatamente il governatore generale, che reagì con estrema durezza. Per evitare qualsiasi ulteriore tentativo di fuga, ordinò il pattugliamento dei bastioni e pose delle sentinelle lungo la costa, bloccando ogni possibile via di fuga. Ma la mossa più drastica fu la minaccia alla famiglia di Schouten. Se il fuggitivo non fosse stato trovato, i suoi parenti più stretti sarebbero stati giustiziati al suo posto. Una perquisizione approfondita portò rapidamente alla scoperta del suo nascondiglio: Joost Schouten si nascondeva in un grande armadio nella casa di sua sorella.

Le conseguenze: esecuzioni e repressione della sodomia

Dopo la seconda confessione di Schouten, due uomini olandesi furono arrestati e giustiziati nello stesso periodo. La loro morte fu rapida e spietata: furono messi in sacchi zavorrati e annegati, una pratica comune nei processi per sodomia. Un altro presunto complice fu giustiziato con lo stesso metodo alcuni mesi dopo.

Il caso Schouten scosse profondamente la Compagnia Olandese delle Indie Orientali e la sua eco si propagò in tutte le basi commerciali olandesi in Asia. In seguito a questa vicenda, la Compagnia avviò ulteriori indagini in altre colonie, anche se il numero esatto di persone giustiziate rimane sconosciuto. Tavernier, nel suo resoconto, suggerisce che il numero di condanne si aggirasse intorno a 40. Questa cifra appare esagerata anche considerando la severità delle punizioni inflitte. Tuttavia, ciò che è certo è che la Compagnia volle dare un segnale chiaro. La sodomia non sarebbe stata tollerata e chiunque fosse sospettato di praticarla sarebbe stato eliminato senza esitazione.

Libri per approfondire

La via della porcellana. La Compagnia Olandese delle Indie orientali e la Cina

Joost Schouten immagini