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Il dimenticato delitto di Valmadonna

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Nella notte del 24 giugno 1912 a Valmadonna, provincia di Alessandria, il contadino Cristoforo Ponzano, evaso dal manicomio in cui era stato rinchiuso, si presentò in casa dei suoi parenti e uccise a coltellate il fratello, la cognata e le loro due bambine. Poi, l’assassino si costituì per essere nuovamente internato nel manicomio. E questo fu il fatto, conosciuto come il dimenticato delitto di Valmadonna. Subito dopo, sulla tragica vicenda, iniziarono a circolare particolari raccapriccianti.  

Il dimenticato delitto di Valmadonna

L’assassino Cristoforo Ponzano aveva 29 anni. Sua moglie era Angela Cacciola. Questo losco individuo, due anni prima, nel giugno 1910, aveva strangolato la propria figlia Giovanna in seguito a un diverbio con la moglie. Dopo questo terribile delitto si era reso latitante, per poi costituirsi dopo dieci giorni.

Il Ponzano fu prosciolto poiché ritenuto irresponsabile dalla Corte d’Appello di Casale, ma fu rinchiuso nel manicomio di Alessandria. Otto giorni prima del secondo terribile delitto di Valmadonna, egli era riuscito a evadere per gironzolare nei pressi del paese. I parenti sapevano. Infatti, pare che il suo tutore e fratello, Francesco Ponzano di anni 37, lo invitò a cena la sera stessa dell’assassinio.

La ricostruzione del delitto di Valmadonna

Sul delitto di Valmadonna circolano due versioni. Secondo la prima versione, quella sera l’assassino accompagnò il fratello fino a casa e subito gli sferrò una coltellata alla gola. Alle grida di Francesco, sarebbe uscita la moglie, la quale trovò la medesima sorte. Quindi l’assassino ammazzò anche le due figlie della coppia. La versione più verosimile pare, però, essere questa: Cristoforo Ponzano aspettò che il fratello si addormentasse nel suo letto per svegliarlo, chiamandolo alla porta, verso le due di notte. Francesco scese e, appena aperta la porta, ricevette una coltellata mortale.

Alle grida di costui sarebbe intervenuta la moglie, Caterina Ponzano di anni 34. L’assassino uccise anche lei. Poi entrò in casa, salì le scale e si recò nella camera da letto dove si trovavano le figlie, Agostina di tre anni e Teresa di mesi quattro. Le avrebbe uccise entrambe. I colpi inferti da Cristoforo Ponzano furono tutti alla gola e tanto violenti che le quattro vittime avevano la testa quasi staccata dal busto.

L’assassino Cristoforo Ponzano

All’epoca dei fatti, Valmadonna era un importante centro agricolo e un ameno paese a pochi chilometri da Alessandria. La comunità fu sconvolta da questo terribile omicidio. La cascina dove avvenne il delitto di Valmadonna distava dal paese circa due chilometri ed era chiamata, per distinguerla dalle altre, “la Barbarana”. Si trattava di un cascinale di due livelli, con due camere al piano terreno e altre due al primo piano. Si trovava sul declivio di una piccola collina, isolata e circondata solo da vigne e campi di grano. Da due anni, vi risiedevano in affitto, Francesco Ponzano e sua moglie Caterina che lavoravano i campi, versando l’affitto alla moglie di Cristoforo Ponzano, che ne era proprietario e che, da due anni, si trovava rinchiuso in manicomio.

Cristoforo Ponzano era un brutale delinquente. Nel giugno 1910 aveva strangolato sua figlia legittima Giovanna, di soli nove anni, sospettandola il frutto di un adulterio della moglie. Dopo l’uccisione picchiò a sangue la moglie Angela e il fratello di lei, Giovanni. Dopo una decina di giorni di latitanza, il Ponzano si costituì alle carceri di Alessandria e contro di lui si istituì regolare processo. Tuttavia, la Camera del Consiglio lo prosciolse dall’imputazione, dichiarandolo irresponsabile per completa deficienza, cioè “incapace di intendere e volere”. Ne fu però ordinato l’internamento in manicomio. In paese si raccontava che qualche anno prima, il Ponzano “affrettò” la morte della madre, dopo averla costretta a firmare un testamento che lo lasciava unico erede delle sue sostanze. Inoltre, in famiglia vi erano dei precedenti: uno zio del Ponzano era morto pazzo in manicomio. Invece, il padre era un alcolista.

Un delitto premeditato per questioni di interesse?

La moglie di Cristoforo Ponzano, Angela, trovandosi sola e non essendo in grado di provvedere al mantenimento della cascina decise, anche dietro il consiglio di Francesco Ponzano, divenuto il tutore provvisorio dei beni del fratello Cristoforo, di darla in affitto al cognato. Per tale decisione della moglie, Cristoforo Ponzano meditava vendetta contro i suoi sospettati sfruttatori. Il 16 giugno, il Ponzano riuscì a scappare dal manicomio di Alessandria e, per quante ricerche furono fatte dall’autorità, non fu possibile trarlo in arresto. Autorità e parenti sapevano che egli stava girovagando nei pressi di Valmadonna, si sospettavano cattive intenzioni e si temevano da lui brutte gesta.

Le forze dell’ordine avevano anche ordinato appostamenti presso l’abitazione della moglie Angela, verso la quale l’assassino nutriva sospetti di infedeltà. Ma questi appostamenti non diedero alcun risultato. Pare che negli ultimi giorni di latitanza, Cristoforo Ponzano si recò dal fratello e che fra i due non vi erano state discussioni. Così, la sera del 24 giugno, i due fratelli Ponzano si recarono insieme, a cena, presso un’altra cascina, poco distante dalla Barbarana, dove si trattennero fino a tarda ora.

L’agguato

cristoforo ponzano
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Giunti a questo punto, le versioni su come si sarebbero svolti i fatti furono fin da subito leggermente differenti. La più attendibile, però, pare sia quella che l’assassino, durante la cena, abbia premeditato l’orribile delitto di Valmadonna. Dopo aver lasciato rincasare il fratello presso la sua abitazione, Cristoforo Ponzano si nascose dietro la porta a pian terreno, poi chiamò il fratello con il pretesto di avere cose importanti da dirgli. Il fratello, ignaro della terribile sorte che lo attendeva, si vestì in fretta, scese le scale, e aprì la porta che dava sul cortile. Il fratello, evidentemente in agguato, lo colpì alla gola con una tremenda coltellata e al ventre con altri due colpi, facendolo stramazzare a terra.

La moglie, che al rumore si era svegliata, forse intuendo qualcosa di grave, scese nel cortile dove anche essa trovò la stessa sorte del marito. Dopo il duplice assassinio, forse ancor più eccitato dalla vista del sangue, Cristoforo Ponzano entrò in casa e con un lumicino si recò nella camera del primo piano dove, a fianco del letto dei genitori, stavano le due bambine Agostina e Teresa, addormentate nella loro culla. Con un colpo alla gola, recise le loro arterie, distaccando quasi la testolina dal corpo di ambedue. Compiuto l’esecrato misfatto, essendo tutto sporco di sangue, il Ponzano scese in cucina al pian terreno, si cambiò gli abiti e poi si allontanò in fretta, prendendo la via di Alessandria, dove, alle quattro di notte precise, bussava alla porta del manicomio. Al guardiano dichiarò di essere venuto per costituirsi perché aveva ammazzato il fratello, la cognata e le due nipotine che, disse, avrebbero voluto ucciderlo. Il delitto di Valmadonna si era consumato, il Ponzano era ancora sporco di sangue e aveva una profonda ferita da taglio nella mano sinistra.

La scoperta del delitto di Valmadonna

le figlie dei coniugi ponzano
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Il primo ad accorgersi della strage fu il contadino Cervetto Giacomo, mietitore, che poco prima delle quattro di notte si era recato alla cascina per iniziare il suo lavoro. Avvertite le autorità della tragica scoperta, sul luogo del delitto di Valmadonna si recarono il maresciallo dei Carabienieri, Acervi Pietro, il tenente dei Carabienieri, il signor Landi Flavio, il dottor Drezzi di Valmadonna, il procuratore del Re, cavalier Vogliotti, l’avvocato Trabusso con numerosi agenti di pubblica sicurezza.

Furono interrogate diverse persone e da tutte le deposizioni sembrò accertato che l’unico movente fosse da ricercarsi in questioni di interesse e nell’odio nutrito da Cristoforo per il fratello Francesco che amministrava i suoi averi. I cadaveri dei due coniugi giacevano nell’aia, poco distanti l’uno dall’altro, coperti da un lenzuolo tutto intriso di sangue. Chiazze di sangue erano pure sulla porta e nella camera al primo piano, dove giacevano i due piccoli cadaveri con la testa ripiegata sul petto. Un vivo e generale sentimento di indignazione dominava in paese, non solo contro l’infame assassinio ma anche, e più, contro i parenti tutti che, con la loro omertà, resero possibile una tale carneficina.

La storia è tratta da La Stampa, numero 174 del 24 giugno 1912.

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