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Dante Alighieri e la pace di Castelnuovo

castelnuovo magra
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La Pace di Castelnuovo, siglata il 6 ottobre 1306 nel castello vescovile di Castelnuovo Magra (Val di Magra), rappresenta un momento significativo nella storia politica della Lunigiana medievale. Questo trattato mise fine alle ostilità tra i marchesi Malaspina dello Spino Secco e il vescovo-conte di Luni, Antonio Nuvolone da Camilla. Un elemento di particolare rilievo in questa vicenda fu il ruolo svolto da Dante Alighieri, il sommo poeta, che agì come procuratore dei Malaspina nella negoziazione e formalizzazione dell’accordo.​

Contesto storico della Lunigiana

Torre del Castello - targa commemorativa Pace di Dante
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La Lunigiana nel tardo XIII e all’inizio del XIV secolo era un territorio di frontiera di fondamentale importanza strategica, situato tra la Repubblica di Genova, la Repubblica di Pisa, la nascente potenza di Firenze e il Ducato di Milano. Si estendeva tra l’alta Toscana e la bassa Liguria, lungo l’antica via Francigena, arteria di primaria importanza per il traffico commerciale e per i pellegrinaggi che dall’Europa settentrionale conducevano a Roma. Tale posizione la rese nel corso dei secoli oggetto di contesa tra diversi poteri feudali, signorili ed ecclesiastici.

Nel periodo immediatamente precedente alla Pace di Castelnuovo del 1306, la regione era caratterizzata da un mosaico frammentato di giurisdizioni. Era infatti retta da un equilibrio instabile tra autorità civili, ecclesiastiche e feudali. I principali protagonisti della scena politica locale erano i Malaspina, potente famiglia longobarda divisa in due rami principali – lo Spino Secco e lo Spino Fiorito. E il vescovo-conte di Luni, figura ibrida che riuniva in sé l’autorità spirituale del vescovado e il potere temporale di un signore feudale.

I Malaspina e il vescovo-conte di Luni

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Il vescovado di Luni, nonostante il progressivo declino della città omonima, ormai ridotta a un centro secondario a causa delle invasioni saracene, dell’impaludamento della zona e del decadimento economico, continuava a detenere un’importante autorità territoriale. Essa derivava dai diritti feudali e dalla legittimazione pontificia. Il vescovo-conte esercitava la propria giurisdizione su una vasta area comprendente numerosi castelli e villaggi, facendo valere pretese su territori spesso già occupati o rivendicati dai Malaspina e da altre famiglie locali.

I Malaspina, dal canto loro, erano in piena espansione. L’appartenenza all’aristocrazia feudale imperiale e il riconoscimento diretto del potere da parte dell’autorità imperiale (i cosiddetti feudi imperiali) conferivano loro una certa autonomia rispetto ai poteri comunali e regionali. La loro influenza si estendeva lungo la valle del Magra e oltre l’Appennino, con possedimenti che giungevano fino in Garfagnana e nella Val di Taro. Tuttavia, questa espansione territoriale li portava inevitabilmente a conflitti con il vescovo di Luni, che vedeva messa in discussione la propria sovranità feudale e spirituale.

Sconti e tensioni

Le tensioni tra le due parti si manifestarono in scontri armati, occupazioni di castelli e territori contesi, imposizioni fiscali e repressioni reciproche. Il conflitto non era un semplice episodio isolato di rivalità nobiliare. Esso rappresentava una più ampia lotta tra il potere laico e quello ecclesiastico, riflettendo in scala locale le tensioni che in quegli anni animavano l’intera penisola italiana e l’Europa. La crisi del papato, il declino dell’autorità imperiale e l’ascesa dei poteri comunali contribuivano a rendere instabile il quadro politico. Si moltiplicavano le frizioni tra attori diversi, ciascuno desideroso di affermare la propria autonomia o di estendere il proprio controllo.

Va ricordato, inoltre, che la Lunigiana era anche teatro di scontri tra le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini. I Malaspina, in generale, erano considerati ghibellini, sebbene la loro posizione potesse variare a seconda delle circostanze politiche e delle alleanze contingenti. Il vescovado di Luni, essendo parte della Chiesa, tendeva invece a una posizione più vicina agli interessi guelfi.

Dante Alighieri

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In questo contesto di frammentazione e di tensione diffusa, si colloca l’intervento di Dante Alighieri e la stipula della Pace di Castelnuovo. L’accordo fu il risultato di una necessità pratica. Porre fine a una fase di conflittualità che minacciava la stabilità dell’intera regione e che danneggiava economicamente le parti coinvolte. La presenza di Dante, come uomo politico e mediatore esperto, fu cruciale per garantire il successo della trattativa e per redigere un accordo che tenesse conto delle esigenze giuridiche e simboliche di entrambi gli schieramenti.

Dante Alighieri, esiliato da Firenze nel 1302 a seguito delle lotte interne tra Guelfi Bianchi e Neri, aveva trovato ospitalità presso diverse corti dell’Italia settentrionale. Nel 1306, fu accolto dai Malaspina in Lunigiana, grazie anche ai legami di amicizia con il poeta Cino da Pistoia, vicino alla famiglia. La stima reciproca tra Dante e i Malaspina portò alla sua nomina a procuratore plenipotenziario per negoziare la pace con il vescovo-conte di Luni.​

La pace di Castelnuovo

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Il 6 ottobre 1306 il marchese Franceschino Malaspina di Mulazzo, nella piazza Calcandola di Sarzana (l’attuale piazza Matteotti), per rogito del notaio Giovanni di Parente di Stupio, nominava Dante procuratore. L’obiettivo era di risolvere con il vescovo di Luni, Antonio di Nuvolone da Camilla, annose controversie che riguardavano diritti vantati da entrambe le parti sui castelli di Sarzana, Carrara, Santo Stefano, Brina e Bolano. Subito dopo la nomina, il sommo poeta si incamminava per raggiungere, da Sarzana, il paese di Castelnuovo Magra. Giunse qui “all’ora tertia” e nel palazzo vescovile stipulava la pace di Castelnuovo, a favore dei Malaspina.

Questo accordo prevedeva la restituzione delle terre occupate e il riconoscimento reciproco dei diritti feudali, ponendo fine a un periodo di conflitti e inaugurando una fase di stabilità per la regione. Il documento della Pace di Castelnuovo si distingue per un preambolo, noto come “arenga”. Esso è caratterizzato da un’elaborata retorica e riferimenti biblici. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che questo exordium possa essere attribuito a Dante stesso, data la sua padronanza stilistica e l’affinità con temi presenti nelle sue opere. Vi sono espressi infatti l’uguaglianza del potere temporale e spirituale di fronte a Dio, concetto centrale anche nel suo trattato “Monarchia”.

La scoperta dei documenti

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La scoperta dei documenti della pace di Castelnuovo riguardanti la procura di Franceschino Malaspina e l’atto finale della pace si deve a Manfredi Malaspina, ultimo marchese di Terrarossa. Egli intorno alla metà del Settecento, volendo rivendicare diritti sul feudo di Treschietto, aveva intrapreso minuziose ricerche negli archivi locali. Questi due atti notarili furono eccezionalmente importanti perché riguardavano l’esilio di Dante, un periodo della vita del sommo poeta sul quale non esiste quasi documentazione e scarne sono le notizie.

Questa scoperta, all’inizio del Novecento, diede uno straordinario impulso alle ricerche degli storici locali. Tra essi, Livio Galanti, nella sua opera fondamentale “Il soggiorno di Dante in Lunigiana” cercò, sulla base di un indizio astronomico, di ricostruire l’arrivo di Dante alla corte dei Malaspina. Nel canto VII del Purgatorio, Dante scrive, a proposito dell’anima di Corrado Malaspina  “il sol non si ricorca/ sette volte nel letto che il Montone/ con tutti e quattro i piè copre et inforca“. Secondo il Galanti questi  versi vanno interpretati così: “il sole non si ricorca sette volte nel segno zodiacale dell’Ariete, cioè nel significato di “uscire dalla costellazione”.

Dante in Lunigiana

Dante in Lunigiana
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Dunque, l’incontro tra Dante e Corrado nell’antipurgatorio si sarebbe verificato quasi alla sera del 10 aprile 1300. Il sole era già tramontato, aveva cioè già lasciato la costellazione dell’Ariete, dove allora si trovava, appena 10 giorni dopo, cioè il giorno 20 del mese stesso. Di conseguenza, la prima uscita si verificò nello stesso anno in cui avvenne il colloquio, cioè il 1300. Ne sarebbe poi uscito per la settima volta 6 anni e 10 giorni dopo, cioè il 20 aprile 1306 che rappresenterebbe la data dell’arrivo di Dante alla corte dei Malaspina.

Petrocchi Giorgio ragionò sul fatto che, se Dante accettò la nomina di procuratore per la pace di Castelnuovo, significò che egli si trovava già a Castelnuovo da qualche tempo poiché si era guadagnato la fiducia dei Malaspina nello svolgere il delicato ruolo di mediatore. Secondo Galati l’ipotesi più credibile per giustificare la presenza di Dante in Lunigiana riguardava l’esistenza di un precedente rapporto di conoscenza con Moroello Malaspina, attraverso l’amico in comune Cino da Pistoia. Lo stesso Boccaccio narra che, quando a Firenze furono rinvenuti i primi sette canti dell’Inferno di Dante, essi furono inviati allo stesso Moroello.

Il ruolo del sommo poeta

Da parte sua Dante, verosimilmente, accettò volentieri la nomina a procuratore della pace di Castelnuovo perché essa permetteva un rafforzamento dei Malaspina nel panorama del guelfismo toscano, costituendo un indiretto elemento per favorire il ritorno del sommo poeta a Firenze. Il ruolo di Dante nella pace di Castelnuovo fu sicuramente molto delicato perché negli atti si citano numerose irregolarità a carico dei Malaspina ai danni del vescovo di Luni, il quale, d’altronde, fu solamente obbligato a restituire ai marchesi ciò che aveva riscosso durante l’occupazione di alcuni loro territori e ad annullare la scomunica.

Dante, dunque, non si trovava da poco tempo in Lunigiana e non era capitato di passaggio. Egli, accentando la nomina, rendeva omaggio ai signori che lo ospitavano, fantasticando di incontrare in una valle ricca di fiori dell’antipurgatorio Corrado Malaspina  di Villafranca, nipote del capostipite Corrado l’Antico.

I documenti notarili della pace di Castelnuovo

Palazzo dei Vescovi
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Nell’Archivio di Stato di La Spezia si conservano oggi sette unità archivistiche del 1306 facenti parte del cartulario dei notaio Giovanni di Parente di Stupio di Sarzana. Esse contengono il Mandatum a Dante: la mattina del 6 ottobre 1306, in piazza della Calcandola a Sarzana, Dante ricevette la procura, dalle mani del notaio stesso, da parte di Franceschino Malaspina di Mulazzo e da tutto il ramo malaspiniano dello “Spino Secco”. Era una procura generale e speciale che presupponeva un’ampia fiducia in Dante dal momento che consentiva di procedere senza particolari vicoli e direttive per arrivare all’accordo di pace. I Malaspina, ghibellini, riposero fiducia in Dante che era invece un guelfo bianco, probabilmente per accattivarsi la vicinanza dei guelfi ed acquisire maggiore credibilità ed autorità agli occhi della controparte, cioè il vescovo di Luni.

L’Instrumentum Pacis, contenuto nel cartulario conservato all’Archivio di Stato di La Spezia, descrive gli accordi della pace di Castelnuovo che fu suggellata da un bacio pubblico tra il vescovo di Luni e Dante. Gli accordi permettevano ai contendenti di esercitare i loro rispettivi diritti sui castelli della Brina e di Bolano, considerati i più  importanti del contenzioso. La Remissio de Condemnationibus, cioè la remissione delle condanne, facente sempre parte del registro notarile conservato, dedicava ampio spazio alla pacificazione delle contese tra i marchesi Malaspina e il vescovo di Luni riguardanti i territori di Arcola, Beverino, Bolano, Carrara, Calice e Sarzana. Si legge che le parti si impegnavano a non rivendicare economicamente e giuridicamente queste terre, riconoscendo le rispettive competenze.

I punti fondamentali della pace di Castelnuovo

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  • La pace di Castelnuovo riconosceva reciprocamente i territori detenuti da ciascuna parte al momento della stipula, anche qualora fossero stati oggetto di precedenti contese;
  • Stabiliva confini certi e modalità di gestione delle terre;
  • Disciplinava il pagamento di eventuali danni subiti;
  • Definiva le sanzioni per eventuali violazioni del patto, spesso con penali economiche ingenti e la possibilità di ritorsioni giuridiche autorizzate;
  • Inserì una clausola di perpetuità, con la quale entrambe le parti dichiaravano di voler mantenere la pace “per sé e per i propri eredi”.

L’aspetto più interessante del trattato, tuttavia, è il fatto che esso si pone a metà strada tra la tradizione feudale e la razionalità giuridica comunale e imperiale: da un lato, riafferma i diritti nobiliari e la logica della signoria territoriale; dall’altro, mostra un chiaro orientamento verso la pacificazione giuridica, fondata sulla diplomazia, la scrittura contrattuale e l’equilibrio delle forze.

Implicazioni politiche e culturali della pace di Castelnuovo

Dante Alighieri e la pace di Castelnuovo
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La Pace di Castelnuovo ebbe ripercussioni significative.​ Per i Malaspina, essa consolidò il loro potere territoriale, permettendo una gestione più serena dei loro domini.​ Per il vescovo-conte di Luni, di contro, segnò una riduzione del potere temporale della Chiesa nella regione, orientando il vescovado verso una funzione più spirituale.​ Il testo del trattato di Pace di Castelnuovo rappresenta una testimonianza preziosa della cultura giuridica e della diplomazia feudale del primo Trecento. Redatto in latino notarile, secondo la consuetudine dell’epoca, il documento fu stipulato con modalità formali estremamente precise, a garanzia della sua validità legale.

Esso fu rogato da un notaio pubblico, ser Giovanni di Parente di Stupio, alla presenza di numerosi testimoni qualificati, tra cui nobili locali e rappresentanti delle due parti. Uno degli elementi distintivi del documento è la presenza dell’“arenga” iniziale, ovvero un preambolo retorico-giuridico che introduce il testo con riferimenti all’ordine divino, alla giustizia e alla necessità di superare l’odio e la discordia. Questo elemento non era meramente formale, ma svolgeva una funzione ideologica e simbolica: serviva a contestualizzare l’accordo in una visione superiore dell’armonia tra potere spirituale e temporale, e a legittimare le scelte compiute come coerenti con il diritto naturale e divino.

Dante Alighieri e l’immaginario politico del suo tempo

L’intervento di Dante Alighieri nella Pace di Castelnuovo deve essere analizzato anche alla luce della sua visione politica e della sua concezione del rapporto tra Chiesa e Impero, elementi che permeano tutta la sua produzione dottrinale e poetica. Il ruolo di Dante, in quanto procuratore del Malaspina, fu essenziale nella negoziazione dei termini, nella redazione dei contenuti e probabilmente anche nella scelta stilistica dell’arenga iniziale. Le sue competenze, maturate nell’ambito comunale fiorentino, dove aveva ricoperto cariche politiche rilevanti (come quella di priore nel 1300), furono messe a servizio di un contesto feudale, contribuendo ad una forma di “modernizzazione giuridica” delle relazioni interfeudali.

Nel trattato “De Monarchia”, scritto probabilmente negli anni successivi all’esperienza in Lunigiana, Dante teorizza la necessità di un Impero universale laico, libero dall’influenza della Chiesa, al fine di garantire la giustizia e la pace nel mondo. Secondo Dante, l’autorità imperiale e quella papale devono coesistere, ma ciascuna nel proprio ambito: l’Impero nel governo temporale, la Chiesa nella guida spirituale. Questa concezione si opponeva radicalmente alla teoria teocratica del potere propugnata dalla Curia romana, secondo la quale il papa deteneva anche il potere temporale in quanto “vicario di Cristo”.

L’affermazione del potere laico

Nel contesto della Lunigiana, dove il vescovo di Luni era insieme autorità religiosa e feudale, Dante si trovò a negoziare proprio tra queste due sfere di potere, incarnate rispettivamente dal vescovo e dai Malaspina. Il suo intervento, in quanto laico, rappresenta un momento emblematico in cui si afferma, sul piano pratico, la legittimità della mediazione civile tra le autorità, anche in questioni che coinvolgevano direttamente rappresentanti ecclesiastici.

Inoltre, l’atteggiamento positivo che Dante mostra verso i Malaspina – evidenziato anche nel Purgatorio (canto VIII, versi 121-139), dove elogia l’ospitalità ricevuta – riflette la sua preferenza per quelle casate feudali che, pur fedeli all’Impero, mostrano una propensione alla cultura, alla diplomazia e alla giustizia. La figura di Corrado Malaspina, ricordato con affetto nella Commedia, è l’emblema di questa aristocrazia ideale, rispettosa del diritto e della pace.

Pace di Castelnuovo immagini

Libri per approfondire

Dante in Lunigiana. Il trattato di pace del 1306