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Cosa ha fatto D’Annunzio a Fiume?

impresa di fiume
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Crocevia di culture, lingue e ambizioni geopolitiche, Fiume, oggi Rijeka in Croazia, ha rappresentato per secoli un punto strategico nel contesto dell’Adriatico. Cosa ha fatto D’Annunzio a Fiume? Il seguente articolo ripercorre le vicende che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, trasformarono Fiume in un importante centro politico e sociale, culminando nell’“Impresa di Fiume” guidata da Gabriele D’Annunzio. 

Fiume prima del crollo dell’Impero Asburgico

Sotto il dominio austro-ungarico, la città portuale di Fiume si distingueva come un corpus separatum, cioè un territorio semi-autonomo che godeva di uno status unico all’interno della monarchia asburgica. Questa particolare configurazione, sancita nel 1867 con il Compromesso Austro-Ungarico, noto anche come Ausgleich, rispondeva al desiderio ungherese di garantirsi un accesso diretto e controllato al mare e ai commerci marittimi, evitando l’intermediazione austriaca.

Fiume era governata da un consiglio municipale locale autonomo, sotto la supervisione di un governatore nominato direttamente da Budapest, il che sottraeva la città alla giurisdizione del sottoregno croato dell’Ungheria. Invece, i croati continuarono ad avere giurisdizione sul circostante distretto fiumano e, soprattutto, sul sobborgo di Sussak. Questa divisione interna, in pratica, confermò lo status di Fiume come corpus separatum, già vigente prima del 1848.

All’alba della Prima Guerra Mondiale

fiume

La città vide un rapido sviluppo economico nel mezzo secolo precedente alla Prima Guerra Mondiale. Grazie alla sua posizione strategica sul Mar Adriatico e all’arrivo della ferrovia nel 1873, Fiume divenne un importante centro commerciale per le esportazioni ungheresi, con un fiorente porto che movimentava grano, legname e altri beni destinati ai mercati internazionali, e una solida industria. La popolazione, che nel 1867 contava circa 17.000 abitanti, crebbe vertiginosamente fino a raggiungere 55.000 persone nel 1910. La città divenne anche il punto di imbarco per gli emigranti verso le Americhe e oltre. Questo incremento fu alimentato dall’immigrazione interna, ma anche dalla presenza di lavoratori stranieri attratti dalle opportunità economiche della città.

Dal punto di vista culturale e linguistico, Fiume era una città profondamente eterogenea. Il centro cittadino era prevalentemente di lingua italiana, un retaggio della lunga tradizione culturale e mercantile veneta. Tuttavia, nel resto di un territorio molto più grande, nei sobborghi e nell’immediato entroterra, si parlava principalmente serbo-croato. Questa diversità linguistica e culturale rifletteva le complessità etnica dell’impero austro-ungarico, dove convivevano molteplici nazionalità, spesso in tensione tra loro.

Italiani e croati a Fiume

Rijeka
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Verso la fine del XIX secolo, mentre il nazionalismo iniziava a prendere piede in molte province dell’Impero Austro-Ungarico, a Fiume le tensioni etniche e politiche rimasero relativamente contenute. La classe dirigente locale, composta prevalentemente da italiani e orientata verso un’autonomia amministrativa, si alleò con le autorità magiare in chiave anti-croata. Questa alleanza permise di marginalizzare la minoranza slava dalla politica locale e mantenere un equilibrio favorevole alla componente italiana della città.

Ma i discreti rapporti tra italiani e magiari si incrinarono negli anni seguenti, soprattutto a causa del tentativo ungherese di imporre nel 1898 il proprio ordinamento scolastico a Fiume. Questa misura fu percepita dagli italiani come una minaccia alla tradizionale autonomia cittadina e alla loro identità culturale. Fu in questo contesto che sorsero le prime organizzazioni irredentistiche italiane, sostenute anche dai numerosi italiani istriani residenti a Fiume, stimati in circa 11.000. L’irredentismo, movimento che mirava all’annessione dei territori considerati italiani, trovò quindi nella città un terreno fertile per alimentare rivendicazioni che avrebbero assunto rilevanza nel contesto delle tensioni internazionali del primo Novecento.

La crisi del 1918: Fiume e la fine della Grande Guerra

La Prima Guerra Mondiale ebbe un impatto devastante su Fiume. Il blocco economico imposto dagli Alleati isolò il porto, interrompendo i commerci, causando una grave crisi economica e mettendo in pericolo il suo status particolare. Alla fine del conflitto, il crollo dell’Impero Austro-Ungarico lasciò Fiume in una situazione di incertezza politica e giuridica. La città si trovò al centro delle ambizioni di diverse nazioni: l’Italia, che mirava ad annettere Fiume per rafforzare la propria posizione sull’Adriatico; il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che vedeva Fiume come una naturale estensione del proprio territorio; e le potenze alleate, che volevano mantenere l’equilibrio nella regione.

La disgregazione dell’Impero Austro-Ungarico e le rivalità etniche a Fiume

fiume dopo la I guerra mondiale
Laura Canali

La sconfitta dell’Impero Austro-Ungarico nella Prima Guerra Mondiale e la conseguente dissoluzione del suo assetto politico portarono alla nascita di due amministrazioni rivali a Fiume: una favorevole all’annessione al Regno d’Italia e l’altra al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Questa contrapposizione rifletteva le tensioni etniche e politiche del periodo post-bellico. Il Patto di Londra, stipulato nel 1915 tra l’Italia e le potenze della Triplice Intesa, non includeva Fiume tra i territori promessi all’Italia. La città, infatti, era considerata l’unico porto marittimo rilevante per l’Ungheria all’interno dell’Impero austro-ungarico, e nel 1915 la sua disgregazione non era ancora immaginabile. Anche dopo la fine del conflitto, il nuovo Stato ungherese continuò a rivendicare Fiume come parte integrante del proprio territorio, considerandola un’enclave, sebbene non potesse esercitare un controllo diretto sulla città.

Nel contesto del vuoto di potere creatosi nell’ottobre del 1918, a Fiume si costituì un Consiglio Nazionale presieduto da Antonio Grossich, il quale, il 30 ottobre, proclamò l’annessione della città al Regno d’Italia. Nonostante la maggioranza della popolazione di Fiume fosse di madrelingua italiana, la questione territoriale rimase fortemente controversa. Le autorità jugoslave sostenevano che la città e le aree rurali circostanti fossero croate, in quanto la maggioranza della popolazione nell’entroterra era slava e molti degli abitanti italiani di Fiume avevano origini croate. A loro avviso, l’italianità della città era il risultato dell’egemonia culturale ed economica italiana.

La questione di Fiume si complica

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Nel frattempo, in Italia, la questione di Fiume suscitò grande attenzione. Tra i reduci di guerra si sviluppò un forte movimento annessionista, che considerava una “vittoria mutilata” la mancata annessione di Fiume e degli altri territori promessi dal Patto di Londra, tra cui il Trentino, il Tirolo cisalpino, la Dalmazia settentrionale e altre aree coloniali. Queste tensioni alimentarono un clima di forte rivendicazione nazionale, che avrebbe condotto agli eventi successivi legati all’Impresa di Fiume.

La questione di Fiume si complicò ulteriormente, allor quando fu discussa alla Conferenza di Pace di Parigi, dove il presidente statunitense Woodrow Wilson sostenne la causa jugoslava e si oppose all’annessione italiana, invocando il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Questo portò a un acceso scontro diplomatico tra l’Italia e le altre potenze alleate.

L’irredentismo

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Questa fu la genesi dell’irredentismo. L’irredentismo italiano fu un movimento politico e culturale nato nella seconda metà dell’Ottocento, il cui obiettivo principale era il completamento del processo di unificazione nazionale attraverso l’annessione dei territori considerati italiani per lingua, cultura o tradizione storica, ma ancora sotto il controllo di potenze straniere. Tra questi territori vi erano Trento e Trieste, storicamente soggetti all’Impero Austro-Ungarico, ma anche la Dalmazia, l’Istria e, appunto, Fiume.

Fiume, pur trovandosi al confine orientale dell’Italia, rappresentava un simbolo particolarmente forte per il movimento irredentista, non solo per la presenza di una significativa comunità italiana, ma anche per il suo valore strategico come porto commerciale sull’Adriatico. Durante la Prima Guerra Mondiale, l’irredentismo si rafforzò ulteriormente, alimentato dall’idea che l’Italia dovesse completare la propria unificazione e consolidare la sua influenza nell’area balcanica. Tuttavia, il Patto di Londra del 1915, con il quale l’Italia entrò in guerra al fianco dell’Intesa, come abbiamo visto, non menzionò Fiume tra i territori promessi all’Italia in caso di vittoria.

Fiume nel contesto italiano

La soluzione della questione di Fiume fu riservata al giudizio delle potenze alleate alla Conferenza di pace di Parigi, mentre una forza di occupazione inter-alleata prese il controllo della città. La questione di Fiume portò quasi al fallimento della conferenza quando Wilson, di fronte all’ostinazione di Vittorio Emanuele Orlando, presidente del consiglio italiano, fece appello al popolo italiano, scavalcando Orlando stesso, provocando uno sciopero temporaneo della delegazione italiana e un tumulto nazionalista in Italia. Il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando abbandonò per protesta la conferenza di pace di Parigi. Le trattative, però, continuarono lo stesso, tanto che la delegazione italiana dovette rientrare. Il 10 settembre 1919, il nuovo presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti firmò il trattato di Saint-Germain, che stabiliva i confini italo-austriaci, ma non quelli orientali.

Tutti questi fatti generarono una profonda frustrazione tra i sostenitori dell’irredentismo, che vedevano nella mancata annessione di Fiume un tradimento dello spirito patriottico. Al termine della guerra, la città divenne quindi un punto focale delle rivendicazioni territoriali italiane. La figura di Gabriele D’Annunzio e l’“Impresa di Fiume” si inserirono in questo contesto di forte tensione nazionalista, con l’obiettivo dichiarato di colmare le mancanze percepite negli accordi di pace e affermare il diritto dell’Italia a controllare Fiume come parte integrante del proprio territorio nazionale.

Gabriele D’Annunzio

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Gabriele D’Annunzio (1863-1938) rappresenta una delle figure più emblematiche e complesse della storia italiana del primo Novecento. Nato a Pescara nel 1863, si affermò come poeta, romanziere e drammaturgo, acquisendo notorietà sia per il suo talento letterario che per una vita privata ricca di eccessi e ambizioni personali smisurate. Cultore dell’estetismo e della celebrazione del “superuomo”, D’Annunzio divenne una figura di primo piano nel panorama culturale e politico del suo tempo.

Durante la Prima Guerra Mondiale, D’Annunzio abbracciò con fervore il nazionalismo e l’irredentismo, partecipando attivamente al conflitto e distinguendosi per il suo contributo militare. Egli considerava la guerra non solo un mezzo per affermare la grandezza dell’Italia, ma anche come un’opportunità di rigenerazione morale e spirituale. Attraverso azioni audaci, come il celebre volo su Vienna per lanciare volantini propagandistici, si guadagnò l’appellativo di “poeta-soldato” e divenne un simbolo del patriottismo italiano.

L’irredentismo per D’Annunzio

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L’irredentismo, per D’Annunzio, rappresentò una causa fondamentale: egli riteneva imprescindibile l’annessione di territori come Trento, Trieste e Fiume, luoghi che considerava parte integrante dell’identità nazionale italiana. La sua ideologia fondeva l’ultranazionalismo e un culto dell’azione eroica, due elementi che lo portarono a inserirsi nelle vicende di Fiume. Deluso dagli esiti della Conferenza di Pace di Parigi, dove Fiume non era stata assegnata all’Italia, D’Annunzio intraprese l’“Impresa di Fiume”, un tentativo per colmare le mancanze percepite nella politica estera italiana e di incarnare il suo ideale di essere una guida eroica e visionaria.

L’impresa di Fiume: l’arrivo di Gabriele D’Annunzio

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Nel settembre 1919, a Fiume la situazione prese una svolta drammatica con l’arrivo di Gabriele D’Annunzio. Profondamente insoddisfatto dei risultati della Conferenza di Pace e sostenuto da una retorica ultranazionalista, D’Annunzio decise di agire. All’alba del 10 settembre 1919 partì da Venezia, con indosso l’uniforme di colonnello dei Lancieri di Novara e un paio di occhiali scuri, a bordo di un veicolo militare carico di fiori. Arrivò a Fiume due giorni dopo, alla guida di circa 2.000 legionari paramilitari – un misto di veterani di guerra, nazionalisti e avventurieri proto fascisti – e marciò su Fiume, prendendo il controllo della città senza incontrare una resistenza significativa da parte del presidio interalleato, forse fiaccato da un anno di dolce vita.

L’occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio, nota come Impresa di Fiume, fu un evento unico nella storia europea del XX secolo. D’Annunzio dichiarò Fiume parte integrante dell’Italia, ignorando le pressioni delle potenze internazionali. La maggior parte delle truppe italiane presenti in città si unì ai legionari di D’Annunzio, e gli equipaggi di alcune navi da guerra italiane nel porto si misero al servizio del Soldato-Poeta. Il 14 settembre i contingenti francese, britannico e americano, con l’ordine di evitare “incidenti”, si allontanarono.

Gli Statuti del Carnaro

Statuti del Carnaro
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Migliaia di giovani si recarono a Fiume per vivere la pittoresca vita ribelle, per unirsi ai legionari, portare un pugnale alla cintura e indossare la camicia nera e l’emblema del teschio e delle ossa incrociate. Alla folla che gremiva la piazza per ascoltare le appassionate arringhe di D’Annunzio venne insegnato a salutare alla romana e a cantare all’unisono Eia! Eia! Alala!, un grido che, secondo D’Annunzio, era stato usato da Achille per spronare i cavalli del suo carro. Durante la sua occupazione, D’Annunzio promulgò una costituzione per Fiume, nota come Statuti del Carnaro. Questi combinavano elementi dell’anarchismo, del sindacalismo e del corporativismo. La costituzione proponeva un modello di governo in cui la società era organizzata in corporazioni rappresentative di lavoratori e datori di lavoro.

Gli Statuti includevano anche principi progressisti, come l’istruzione obbligatoria, il suffragio universale e una forte enfasi sulla cultura e sull’arte come pilastri della vita cittadina. Nonostante le sue ambizioni, il regime di D’Annunzio era caratterizzato da caos amministrativo e tensioni interne. La città divenne un punto di attrazione per idealisti, rivoluzionari e avventurieri, ma anche per elementi più problematici e sgraditi, se non veri e propri delinquenti. La mancanza di risorse e l’isolamento internazionale resero difficile sostenere il progetto a lungo termine.

Il Natale di Sangue e la fine dell’Impresa di Fiume

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La situazione a Fiume raggiunse il culmine nel dicembre 1920, quando il governo italiano, guidato da Giovanni Giolitti e agendo per conto delle grandi potenze, decise di porre fine all’occupazione. Il 24 dicembre, le truppe italiane lanciarono un’offensiva contro Fiume, in quello che passò alla storia come il “Natale di Sangue”. Dopo giorni di combattimenti, le forze di D’Annunzio furono costrette a ritirarsi, e l’occupazione ebbe termine.

Con il Trattato di Rapallo, un accordo internazionale firmato il 12 novembre 1920, Fiume fu dichiarata ufficialmente città-stato indipendente sotto l’egida della Società delle Nazioni. L’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni definirono consensualmente i confini dei due Stati, secondo i principi di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli. Tuttavia, questa situazione durò poco. Nel 1924, il regime fascista di Benito Mussolini annesse definitivamente la città all’Italia.

Cosa ha fatto D’Annunzio a Fiume?

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Fu sintomatico del profondo sconvolgimento provocato dalla guerra del 1914-18 il fatto che Gabriele d’Annunzio riuscì a conquistare una posizione di potere politico, per quanto marginale. L’approccio liberale-progressista e il marxismo interpretato dalla Seconda Internazionale avevano subito una serie di rovesci e apparivano in crisi. I tempi sembravano maturi per una leadership audace di tipo esistenzialista. La ribellione del tutto peculiare di D’Annunzio non fu solo l’apoteosi del suo stile di vita. Durò più a lungo di qualsiasi altro accadimento rivoluzionario in Europa. Nato nella provincia remota degli Abruzzi nel 1863, D’Annunzio crebbe in un’atmosfera che ricorda quella di un romanzo della decadenza romantica. Il padre, commerciante di Pescara, andò in bancarotta a causa delle amanti. Sua madre era pia e indulgente. Lui stesso, nella sua personalità e nei suoi scritti, drammatizzò questo contrasto e questa tensione. A sedici anni era già celebrato per la sensualità swinburniana dei suoi versi.

Come poeta e giornalista si tuffò nell’alta società romana negli anni Ottanta dell’Ottocento, diventando in breve tempo una leggenda vivente. I suoi primi racconti, “Le novelle della Pescara”, furono ambientati in Abruzzo. Una giovane vergine violentata da un ladrone che la mette incinta, la vedova e il fratello di un morto che copulavano sul pavimento vicino al cadavere in decomposizione: questi erano due dei temi. D’Annunzio cedeva che fosse destino di un superuomo portare a termine l’opera del Risorgimento nel liberare il territorio italiano dagli Asburgo e inaugurare un’era di splendore che sfidasse e soppiantasse la triste cultura borghese del Nord. La sua fame di esperienza corrispondeva a un disprezzo “aristocratico” per la democrazia borghese che faceva parte della tradizione romantica.

D’Annunzio e Mussolini

Uno dei principali sostenitori dell’impresa fiumana fu, almeno inizialmente, Benito Mussolini, direttore del giornale Il Popolo d’Italia e che da pochi mesi aveva fondato i Fasci italiani di combattimento. Ma il rapporto fra i due non fu idilliaco. Quando il governo Nitti pose Fiume sotto embargo, impedendo l’arrivo di provviste per i ribelli dannunziani, il Soldato-Poeta scrisse polemicamente a Mussolini di non impegnarsi abbastanza nella raccolta di fondi a suo sostegno. Mussolini allora organizzò una raccolta tramite il suo giornale.

L’atteggiamento dei fascisti verso ciò che stava accadendo a Fiume fu cauto, poiché Mussolini non voleva rischiare la sua carriera politica. Di fronte all’incertezza delle sorti dell’impresa di D’Annunzia, Mussolini iniziò a ritirare il suo consenso, fino a staccarsene del tutto. Non a caso, al Trattato di Rapallo del novembre 1920, Mussolini si dimostrò d’accordo con le decisioni prese e, dalle pagine del suo giornale, cercò di convincere della sua positività tutti quei fascisti devoti al Soldato-Poeta. Dal canto suo, D’annunzio protestò violentemente contro il “tradimento” del Trattato di Rapallo e il dissenso con Mussolini a questo punto fu definitivo. Mussolini copiò quasi interamente l’apparato scenografico messo in piedi da D’Annunzio a Fiume per la sua futura dittatura.

L’eredità di Fiume

L’Impresa di Fiume, per alcuni rappresentò un’esaltazione romantica del nazionalismo e dell’idealismo politico; per altri, un’anticipazione inquietante del fascismo. La figura di D’Annunzio, con il suo carisma e il suo egocentrismo, incarnò le contraddizioni del periodo: un uomo capace di galvanizzare le masse ma anche di alimentare divisioni e tensioni. Lo stesso D’Annunzio riassunse il fiumanesimo con la frase “ogni insurrezione è un tentativo di creazione”.

Libri per approfondire

Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume

D’Annunzio e Fiume immagini

Cosa ha fatto D’Annunzio a Fiume mappa concettuale

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