Il massacro di My Lai, avvenuto il 16 marzo 1968 durante la guerra del Vietnam, rappresenta uno degli episodi più scioccanti e controversi dell’intera campagna militare statunitense nel Sud-est asiatico.
Massacro di My Lai
Il massacro di My Lai ha segnato profondamente l’opinione pubblica americana e internazionale, suscitando un acceso dibattito sulle condotte belliche, sulla responsabilità individuale e collettiva dei soldati e sulle implicazioni morali delle decisioni militari. Nonostante la sua rilevanza storica, la memoria di My Lai è progressivamente scemata nel discorso pubblico, soppiantata da narrazioni più concilianti o autoassolutorie della guerra.
Il contesto storico e l’evento

La mattina del 16 marzo 1968, gli uomini della Compagnia Charlie dell’11a Brigata di fanteria leggera della Divisione Americana dell’Esercito degli Stati Uniti, entrarono nella frazione di Tu Cung, situata nel villaggio di Son My, sulla costa centrale del Vietnam. La compagnia faceva parte della Task Force Barker, una formazione temporanea di dimensioni equivalenti a un battaglione, sotto il comando del capitano Ernest Medina. Il primo plotone della compagnia era guidato dal tenente William Calley.
Contrariamente alle aspettative operative, l’unità non incontrò resistenza da parte delle forze nemiche né fu sottoposta a fuoco. Tuttavia, nel giro di poche ore, più di 300 civili vietnamiti furono brutalmente uccisi. Le vittime erano in gran parte donne, anziani e bambini. Molte donne furono violentate prima di essere assassinate, e numerose persone furono mutilate o torturate. Gli omicidi si concentrarono prevalentemente nel sotto-borgo di Xom Lang, noto agli americani come My Lai 4, per mano soprattutto del primo plotone. In parallelo al massacro di My Lai, a circa un miglio di distanza, la Bravo Company uccise quasi un centinaio di civili nella frazione di My Hoi (My Khe 4), rendendo l’evento ancor più tragico nella sua portata.
Le vittime del massacro di My Lai
Tra le vittime vi furono intere famiglie sterminate senza alcun motivo. I soldati sparavano a bruciapelo, bruciavano case, lanciavano granate in rifugi sotterranei e pozzi dove i civili cercavano di nascondersi. Alcuni bambini furono uccisi mentre cercavano rifugio tra le braccia delle madri. Le testimonianze raccolte in seguito, tra cui quelle di Hugh Thompson, pilota di elicottero dell’Esercito degli Stati Uniti che cercò di fermare il massacro, dipingono un quadro di orrore assoluto. Thompson, insieme al suo equipaggio, atterrò tra i soldati americani e i civili vietnamiti per impedire ulteriori uccisioni, minacciando di aprire il fuoco contro i suoi stessi commilitoni.
Gli abitanti del villaggio furono radunati, tenuti allo scoperto, quindi assassinati con armi automatiche, baionette e granate a mano. Un numeroso gruppo di abitanti del villaggio fu colpito e gettato in un canale di irrigazione. I soldati bruciarono anche le case e uccisero il bestiame.
Il contesto militare e ideologico

L’azione della Task Force Barker si collocava in un periodo di frustrazione crescente tra le forze armate statunitensi. La guerra del Vietnam si stava rivelando molto più ardua del previsto: il nemico era spesso invisibile, mescolato tra la popolazione civile, e le vittorie tattiche si traducevano raramente in progressi strategici. La pressione sulle truppe per “ottenere risultati” portò a una distorsione dei concetti di successo militare, spesso misurato in termini di “body count”, ossia numero di nemici uccisi. Questa logica aberrante trasformò i civili in potenziali bersagli.
Il contesto ideologico non fu meno rilevante. L’incessante propaganda anticomunista, la disumanizzazione del nemico vietnamita e la mancanza di addestramento adeguato al rispetto dei diritti umani contribuirono a creare un clima in cui le atrocità come quella di My Lai diventarono possibili. Molti soldati della Charlie Company erano giovani, inesperti e psicologicamente logorati da mesi di guerriglia senza obiettivi chiari.
La copertura e la scoperta del massacro
Il comando militare locale occultò deliberatamente il massacro di My Lai per oltre un anno, diffondendo inizialmente rapporti che descrivevano una brillante vittoria contro le forze nemiche del Viet Cong. Solo nell’aprile 1969, grazie alla determinazione di Ron Ridenhour, un giovane soldato veterano dell’11a Brigata, e del giornalista Seymour Hersh, le autorità vennero finalmente a conoscenza delle atrocità commesse a My Lai. Ridenhour inviò lettere dettagliate a membri del Congresso, al Pentagono e alla Casa Bianca, spingendo infine l’esercito ad avviare un’indagine interna.
L’inchiesta prese slancio quando il giornalista investigativo Seymour Hersh ottenne informazioni sul coinvolgimento del tenente Calley e pubblicò un’inchiesta che rivelò al mondo l’orrore nascosto dietro le dichiarazioni ufficiali. Le fotografie scattate dal soldato Ronald Haeberle, diffuse nei media, contribuirono ulteriormente a scioccare l’opinione pubblica mondiale circa il massacro di My Lai.
Le reazioni pubbliche
Dall’esplosione del caso fino alla sentenza della corte marziale nella primavera del 1971, il massacro di My Lai rimase al centro dell’attenzione pubblica americana. Un sondaggio commissionato dalla Casa Bianca rivelò che il 96% della popolazione era a conoscenza della condanna di Calley, rendendolo uno degli eventi più noti nella memoria collettiva dell’epoca. La risonanza mediatica fu tale che si pubblicò persino un singolo musicale intitolato “The Battle Hymn of Lieutenant Calley”, che ottenne un notevole successo.
Nonostante le prove schiaccianti, l’opinione pubblica si divise profondamente. Molti americani, pur condannando formalmente l’accaduto, mostrarono comprensione o persino simpatia per Calley e gli altri soldati coinvolti. In un sondaggio, il 51% degli intervistati affermò che avrebbe obbedito a un ordine di uccidere civili sospettati di aiutare il nemico, segno di una percezione diffusa della guerra come contesto che giustificava atti altrimenti inammissibili.
Il processo a Calley

Ventisei soldati furono accusati di reati penali, ma solo per il tenente William Calley Jr., il capo del 1° plotone della Compagnia C, si emise una condanna per aver ucciso 22 abitanti del villaggio.
Il processo a Calley culminò con la sua condanna all’ergastolo, una sentenza che suscitò un’enorme ondata di proteste. Poco tempo dopo, grazie all’intervento diretto del Presidente Richard Nixon, si commutò la pena in arresti domiciliari. Calley scontò solo tre anni di detenzione nella sua abitazione, fatto che alimentò ulteriori polemiche sull’impunità dei crimini di guerra e sulla giustizia militare.
Gli stupri di My Lai
Secondo la Peers Commission Investigation, la commissione che si occupò per conto del governo degli Stati Uniti dell’inchiesta sulla strage, almeno 20 donne e ragazze vietnamite subirono violenza sessuale durante il massacro di My Lai. Ma le ricerche sul caso erano poche e quelle della Peers Commission considerarono solo i casi con segni espliciti di stupro come vestiti strappati e nudità. Così il numero effettivo di stupri non fu mai stimato con precisione. Secondo i rapporti, le vittime di stupro avevano un’età compresa tra i 10 e i 45 anni, con nove minori di 18 anni. Le aggressioni sessuali inclusero stupri di gruppo e torture sessuali.
Tuttavia, durante il processo nessuna accusa di stupro cadde su alcun militare statunitense. Secondo un testimone oculare, come riportato da Seymour Hersh nel suo libro sul massacro di My Lai, una donna subì violenza sessuale dopo l’uccisione dei suoi figli da parte dei soldati statunitensi. Un altro abitante del villaggio vietnamita notò soldati violentare una ragazza di 13 anni.
L’intervento di Hugh Thompson Jr.
L’ufficiale Hugh Thompson Jr. , un pilota di elicottero della Compagnia B (Aero-Scouts) testimoniò di aver visto civili morti e feriti mentre sorvolava il villaggio di Sơn Mỹ, fornendo supporto aereo ravvicinato alle forze di terra. L’equipaggio fece diversi tentativi di chiamare via radio i soccorsi per i feriti. Atterrarono con l’elicottero in un fosso, che notarono essere pieno di corpi e in cui potevano distinguere i movimenti dei sopravvissuti. Thompson chiese al sergente David Mitchell del 1° plotone, che incontrò sul posto, aiuto per far uscire le persone dal fosso; il sergente rispose che li avrebbe “aiutati a uscire dalla loro miseria”. Thompson, scioccato e confuso, parlò poi con Calley, che affermò di stare semplicemente eseguendo gli ordini. Mentre l’elicottero decollava, Thompson vide Mitchell sparare direttamente nel fosso.
Thompson e il suo equipaggio videro poi una donna disarmata colpita a bruciapelo da Medina, che in seguito affermò di aver pensato che avesse una granata a mano. Thompson poi testimoniò di aver personalmente scortato alcune persone per farle uscire da un bunker in modo che non venissero colpite da una granata per mano del tenente Stephen Brooks del 2° plotone. Al suo ritorno alla base, Thompson riferì al capo della sua sezione, il capitano Barry Lloyd, che la fanteria americana non era diversa dai nazisti.
L’impatto sulla memoria collettiva
Nonostante l’eco mediatica iniziale, con il passare del tempo il massacro di My Lai perse centralità nel discorso storico e culturale degli Stati Uniti. Sebbene i media abbiano talvolta rievocato l’evento in occasione di anniversari o per analogie con altri conflitti, tali richiami sono rimasti isolati. Documentari come “Four Hours in My Lai” (1989) e opere letterarie come “Nel lago dei boschi” (1994) di Tim O’Brien hanno cercato di rilanciare la riflessione, ma senza riuscire a ristabilire l’evento come cardine della memoria nazionale.
Il declino della memoria del massacro di My Lai è da attribuirsi, in parte, alla tensione tra il desiderio di superare il trauma collettivo della guerra e la volontà di riabilitare l’immagine del soldato americano. La narrativa dominante ha preferito presentare i veterani come vittime piuttosto che carnefici, ignorando o minimizzando le sofferenze delle popolazioni locali colpite dalla guerra. La cultura cinematografica e televisiva degli anni successivi contribuì a rafforzare tale narrazione, focalizzandosi sui disturbi psicologici dei reduci e marginalizzando le responsabilità morali.
Il ruolo della cultura e della politica
Durante gli anni Ottanta e Novanta, la cultura americana si concentrò sul tema del veterano traumatizzato, rafforzando l’idea che il governo tradì i propri soldati. Le atrocità commesse furoro reinterpretate come parte del “fattore di stress da combattimento”, elemento centrale nelle diagnosi di disturbo post-traumatico da stress (PTSD). Questa lettura spostò il focus empatico verso i perpetratori, piuttosto che sulle vittime. Anche i membri più critici del movimento dei veterani, come i Vietnam Veterans Against the War, alla fine si concentrarono su richieste di riconoscimento e supporto, evitando di riportare al centro dell’attenzione le atrocità.
Persino John F. Kerry, ex portavoce del gruppo, preferì enfatizzare la propria partecipazione alla guerra piuttosto che le sue passate denunce, nel contesto della campagna presidenziale. Nel frattempo, le istituzioni americane hanno intrapreso una lenta revisione dell’esperienza del Vietnam, culminata con la costruzione del Vietnam Veterans Memorial a Washington D.C. nel 1982. Tuttavia, nemmeno in tale contesto la memoria delle vittime vietnamite ebbe degno spazio, confermando il processo di rimozione selettiva e autoassolutoria.
L’assenza delle vittime nel discorso pubblico

Una delle caratteristiche più disturbanti della narrazione del massacro di My Lai fu la quasi totale assenza di riconoscimento delle vittime vietnamite. Le immagini pubblicate mostravano spesso corpi senza nome, volti sconosciuti e storie non raccontate. Nessun sopravvissuto testimoniò nei procedimenti giudiziari e le rare testimonianze apparse sui media ebbero un’attenzione solo superficiale. La marginalizzazione delle vittime non fu soltanto una scelta editoriale o giudiziaria, ma un vero e proprio riflesso culturale.
I soldati coinvolti apparvero come “Everyman“, individui comuni, rendendo così la loro colpevolezza ancora più inquietante per l’opinione pubblica. La domanda implicita era: “E se fosse successo a noi?”. Il memoriale eretto a Son My, nel sito del massacro, è rimasto per anni fuori dai circuiti turistici e accessibile solo con permessi speciali. Solo negli anni Novanta, con la normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Vietnam, le autorità vietnamite permisero ai cittadini americani di visitare il sito con maggiore libertà. Tuttavia, anche oggi il memoriale non occupa una posizione centrale nella narrazione storica americana della guerra.
Il massacro di My Lai e il dibattito storiografico

Sul piano accademico, il massacro di My Lai rappresenta un punto critico per la comprensione delle guerre moderne e della loro rappresentazione. Lo squilibrio tra la rappresentazione delle vittime e quella dei carnefici, la costruzione della memoria pubblica e l’interazione tra media, politica e cultura pongono interrogativi fondamentali. Il caso di My Lai è divenuto emblematico per analizzare le dinamiche di disumanizzazione del nemico, la de-responsabilizzazione gerarchica e l’influenza delle ideologie nazionali sulla percezione dei crimini di guerra.
Numerosi storici, tra cui Howard Jones e Nick Turse, hanno mostrato come il massacro di My Lai non rappresentasse un evento isolato, ma costituisse parte di un modello sistemico di violenza nella guerra del Vietnam. Le forze armate statunitensi commisero abusi simili in molte altre operazioni militari, anche se spesso non li documentarono né li denunciarono. Di conseguenza, gli osservatori trasformarono My Lai nel simbolo di un’intera modalità di condotta bellica, più che in un’eccezione. Nel tempo, però, le narrazioni pubbliche hanno progressivamente eroso la memoria dell’eccidio, privilegiando l’autocommiserazione nazionale a scapito dell’analisi critica.